La scrittura di Bob Dylan spiegata da Brillo
L’autore bolzanino ha scritto un altro libro sul grande cantautore statunitense

“Dalla profezia alla meditazione: la trasformazione nella scrittura di Bob Dylan” (edizioni Lampi di Stampa 2026) è il nuovo libro scritto dal bolzanino Andrea Brillo, uno dei massimi collezionisti continentali del menestrello americano, che fa seguito all’altro suo saggio “Basement Tales. Bob Dylan, The Basement Tapes on disc (1968-2014)”.
Tanto era destinata agli esperti la prima uscita, così è divulgativo il nuovo volume che si prefigge di avvicinare la poetica del premio Nobel per la letteratura 2016 alle ultime generazioni che ancora non lo conoscono. Davanti a una produzione sterminata di canzoni, a Brillo è riuscito di selezionare appena undici fiori che dovrebbero mirabilmente dare un’idea esauriente dell’evoluzione della scrittura di Dylan in oltre sessant’anni di attività. L’idea del libro, gradevole anche all’aspetto e con uno strepitoso scatto in copertina del fratello Paolo Brillo, nasce da un invito a raccontare l’arte compositiva di Dylan rivoltogli dal liceo musicale “Campostrini” di Verona, come ci racconta lui stesso.
Ti sei preso uno spazio di riflessione con vista dall’alto sull’intera produzione dylaniana, riuscendo ad analizzare in modo distaccato pezzi che avevi sentito cento volte e amato alla follia: quanto è stato difficile raccontarli ai neofiti?
È una cosa che ho sentito il dovere di fare, arrivato a un certo punto del mio percorso dylaniano che è iniziato con una passione viscerale per le cose che ha scritto, cantato e suonato. Mi sono detto che era il momento di restituire qualcosa e ho pensato proprio a quei giovani che non conoscono Dylan e, se non opportunamente stimolati, non lo conosceranno. Con parole semplici e in modo contenuto ho voluto trasferire loro le mie sensazioni e idee su alcune cose che l’artista ha fatto, cercando il filo che le lega. I testi e le liriche hanno un peso ancora più importante della canzone in sé, che rimane comunque un contenitore utile a dare il ritmo alle parole e che le aiuta a uscire fuori in un certo modo, ma è pur sempre un vestito che il cantante ha spesso cambiato da un disco all’altro. Si tratta del cosiddetto folk process, cioè la graduale trasformazione nel tempo di canzoni, melodie e narrazioni tradizionali, che fa sì non restino dei pezzi da museo.
Immaginiamo che le esclusioni dal novero di tante belle canzoni siano state dolorose…
È che non avevo pensato a un libro, è stata un’idea in divenire collegata all’essere stato chiamato a parlare della scrittura di Dylan a una platea di giovani consentendole semplicemente di approcciarsi al fenomeno, parlando di sei canzoni e mettendo dei video utili a spiegare certe cose, senza scomodare le versioni ufficiali: per esempio parlando di Tangled up in Blue ho usato lo splendido video uscito per la BBC nel 2001 di KT Tunstall. Mi sono poi fatto prendere la mano per completare quella che era una semplice presentazione, trovando spazio anche per le produzioni da Love and Theft in poi e collegando il tutto all’ottenimento del Nobel, sulla quale assegnazione molti manifestano ancora le loro perplessità, non avendo esaminato in maniera corretta le motivazioni che ne stanno alla base.
La scelta di non tradurre le citazioni dai versi originali utilizzati sembrerebbe destinare l’opera a ricadute didattiche nelle ore d’inglese alle scuole superiori: lo hai previsto?
Guarda, io sono un semplice collezionista appassionato che ha deciso di riflettere su quello che è successo e ha fatto un libro da nerd che però ha già ricevuto gli elogi dei fondatori del Trademark of Quality che mi hanno detto che ne so più di loro. Adesso proverò a far uscire su loro incoraggiamento una cosa sulle migliaia di bootleg collezionati che s’intitolerà L’illusione della completezza. Questa attività, dico con un po’ di vergogna, mi è valsa centinaia di ore di terapie di psicanalisi, mi ha aiutato a riflettere su ciò che è accaduto negli ultimi cinquant’anni e su come trasformare in qualcosa di utile la mia collezione.
Il tuo libro non si perde in analisi grammaticali o prettamente stilistiche dei suoi scritti (l’uso quasi ossessivo della rima, l’uso dello slang intraducibile nelle trasposizioni in italiano della sua poetica che portano spesso per ragioni di metrica da rispettare a tradurla con termini colti…)
Infatti. Fondamentale per me è il suono delle canzoni, l’allitterazione che ne dipende e che rende il suo cantato abbastanza intraducibile letteralmente perché è solo l’inglese che ti permette questa alchimia. Se vuoi rispettare le metriche e le rime puoi fare come Tito Schipa Jr. ma ne esce una cosa molto differente dall’originale o puoi fare come De Gregori che inventa al punto che le strofe non hanno più nulla a che fare con Dylan.
Per non dire di quella sorta di bertsolarismo basco che Dylan pratica quando dal vivo non si ricorda le parole delle canzoni originali e ne crea di nuove mantenendo il senso e il ritmo delle strofe…
Ciò che dici si vede molto bene nel documentario No Direction Home, dove lui si trova davanti alla vetrina di un negozio di animali e ci sono delle parole scritte che lui converte all’istante. Dylan forse non lo ammetterà mai, ma considera l’aspetto della lirica preponderante rispetto alla musica che è sempre venuta dietro al cantato enfatizzandone e sostenendone le parole: resta dunque un paroliere.
Tale e tanta è la tua simbiosi mentale con l’artista, che hai messo nell’analisi di Not Dark Yet un verso di Standing in the doorway crying: trovi che i due brani siano complementari a tal punto?
Volevo vedere se qualcuno se ne accorgeva (ride)...
[Daniele Barina]























































































































