CULTURE

Riflettori puntati su “Bolzano Danza”
Torna dal 16 al 31 luglio uno dei più storici appuntamenti estivi del capoluogo

07 Lanimazione diventa

Torna Bolzano Danza, il festival che ogni estate fa vibrare il capoluogo altoatesino immergendolo nella danza contemporanea nazionale ed internazionale.

L’edizione 2026 si svolgerà dal 16 al 31 luglio ed avrà come filo conduttore il tema dell’Orizzonte. Ne abbiamo parlato con i direttori artistici Anouk Aspisi e Olivier Dubois.

Se doveste descrivere Bolzano Danza 2026 con una sola immagine, quale sarebbe?
Un occhio. Forse perché esiste un legame profondo tra l’occhio e l’orizzonte nella storia culturale italiana. Nel Quattrocento, con l’invenzione della prospettiva, la linea dell’orizzonte diventa uno dei principi organizzatori della rappresentazione del mondo; lo strumento che permette di pensare lo spazio, la profondità, la relazione tra il vicino e il lontano, tra ciò che è visibile e ciò che resta ancora da scoprire. In un certo senso, è proprio allora che l’orizzonte nasce come progetto. Cessa di essere un limite per diventare un’apertura. Questa idea mi sembra molto vicina a ciò che cerchiamo di costruire con questa edizione. L’orizzonte non è una destinazione, ma un modo di orientare il nostro sguardo verso ciò che continua a sfuggire alla nostra comprensione. Ma l’occhio non rimanda soltanto alla scoperta. Rimanda anche alla relazione. Guardiamo un orizzonte, ma guardiamo anche gli altri mentre guardano. Osserviamo corpi, immaginari ed esperienze del mondo differenti dalle nostre. Ed è precisamente in questa circolazione degli sguardi che si costruisce una comunità. Per me, Bolzano Danza 2026 è un occhio aperto: un occhio che cerca meno di dominare il mondo che di esporsi alla sua complessità. Un occhio che accetta di essere spostato da ciò che incontra. Un occhio che guarda l’orizzonte sapendo che esso continuerà sempre ad allontanarsi man mano che ci avviciniamo.

L’edizione 2026 si sviluppa attorno al tema dell’Orizzonte, inteso come spazio di tensione, apertura e trasformazione. Come avete tradotto questo concetto nella costruzione del programma artistico?
Bolzano lo sa d’istinto: qui l’orizzonte non è mai dato. Si nasconde dietro masse di pietra, sprofonda nelle valli, emerge come un battito improvviso quando una curva si apre. E quando la montagna cede — quando si attraversa una soglia, un passo, una linea di cresta — l’orizzonte ci colpisce. Guardare l’orizzonte non significa più essere soltanto un soggetto che contempla, ma un essere che si lascia travolgere, dissolvere, spostare. Guardare l’orizzonte significa affrontare non la linea laggiù, ma ciò che essa suscita in noi: dubbi, paure, vertigini, l’ignoto di domani, l’ignoto di sé. I nostri corpi, oggi, sono esausti, saturi di immagini, accecati dal troppo vedere o dall’incapacità di sostenere ciò che vediamo; incapaci, a volte, di reggere ciò che si lacera davanti a noi. È proprio qui che gli artisti diventano essenziali: costringono lo sguardo a riaprirsi, anche davanti alla difficoltà, anche davanti all’orrore, riaprendo la possibilità di un orizzonte, là dove l’umanità abbassa lo sguardo per stanchezza. Dobbiamo reimparare a vedere, reimparare a stare in piedi davanti al lontano. Se dovessi parlare di questo festival oggi, non parlerei soltanto di programmazione. Parlerei di impegni: non come obiettivi da raggiungere, ma come linee di tensione che attraversano il nostro modo di fare, il nostro modo di guardare, e il nostro modo di stare insieme. Tra questi l’inclusività, il coinvolgimento e la partecipazione.

Quali considerate gli eventi di punta di questa edizione e perché?
Mi è difficile isolare alcune proposte, poiché ogni opera partecipa a suo modo alla riflessione sull’orizzonte che attraversa questa edizione. Penso al dialogo che si delinea tra Maldonne di Leïla Ka e Rosas danst Rosas di Anne Teresa De Keersmaeker. Più di quarant’anni separano queste due opere, queste due artiste, queste due generazioni. Eppure, il loro accostamento invita a una domanda affascinante: possiamo leggervi una forma di eredità? Un dialogo involontario tra due scritture coreografiche che, ciascuna a proprio modo, interrogano la condizione femminile e la sua presenza nel mondo? L’orizzonte appare qui come un passaggio di testimone tra generazioni, una linea che non separa ma collega. Vorrei citare anche Badke di La Geste / Stereo48. Quest’opera mi sembra emblematica della nostra riflessione sull’orizzonte. Viviamo in un’epoca in cui le distanze sembrano dissolversi. Eppure, qualcosa resiste e rimane lontano. Badke abita precisamente questo spazio paradossale tra prossimità e distanza. Ci ricorda che l’orizzonte continua a spostarsi proprio nel momento in cui crediamo di averlo raggiunto. Infine, Les Mémoires d’une seigneure occupa un posto particolare. Più di cinquantacinque donne hanno accettato di impegnarsi in questa avventura comune. Questo progetto testimonia direttamente la nostra volontà di fare del festival uno spazio condiviso con coloro che compongono il territorio. È al tempo stesso opera artistica, esperienza collettiva e gesto politico di aggregazione.

Il festival si estende in più di dieci luoghi diversi. Come si è evoluto il rapporto con il territorio e quali nuove collaborazioni avete attivato per il 2026?
Una delle nostre ambizioni è che il festival non si limiti a essere ospitato da un territorio, ma contribuisca alla sua trasformazione. Un festival non si posa su una città: la abita. È in questo spirito che abbiamo sviluppato diverse collaborazioni inedite. La prima si sviluppa con NOI Techpark attorno al progetto Landi’s Cube di Margherita Landi. Abbiamo voluto aprire un dialogo tra danza, nuove tecnologie e ricerca, interrogandoci su come l’innovazione possa contribuire a inventare nuovi strumenti di vita comune. La seconda si sviluppa con EURAC attorno al programma Border Lab, condotto dall’artista Cherish Menzo. Questa ricerca esplora la nozione di confine attraverso il corpo e i meccanismi di inclusione ed esclusione che attraversano le nostre società contemporanee. Questi due laboratori si inseriscono in un percorso di ricerca di lungo periodo che attraversa le tre edizioni del nostro mandato. Le restituzioni complete di questi lavori saranno presentate nel corso della terza edizione. Infine Extradanza, progetto sviluppato insieme al Südtiroler Kulturinstitut. Questa proposta riunisce i partecipanti al workshop Bolzano Danza diretto da Sharon Booth, associazioni locali di danza, danze folkloriche del territorio e danze boliviane in un grande momento di celebrazione collettiva che culmina in una grande festa danzata. Questa collaborazione è particolarmente importante per Anouk e per me perché testimonia la nostra capacità di far dialogare partner, pratiche e comunità molto diverse attorno a un comune desiderio di condividere la danza. Più di mille persone hanno partecipato lo scorso anno; speriamo di andare ancora oltre quest’anno.

Quest’anno il festival propone attività che vanno dai laboratori per la prima infanzia fino a progetti che coinvolgono adulti. Come avete immaginato il dialogo tra generazioni?
Ci sembra essenziale che un festival si rivolga a tutte le età della vita. Per questo abbiamo voluto dedicare uno spazio specifico ai più piccoli con ABC di Allegra Brigata Cinematica. I bambini sono gli spettatori di domani; offrire loro un’esperienza artistica fin dalla più tenera età è una responsabilità fondamentale. Ma abbiamo anche desiderato che molte opere potessero essere condivise ben oltre il loro pubblico di riferimento. Le proposte di Alexander Vantournhout, Leïla Ka o Simon Le Borgne possono essere accolte con la stessa intensità da bambini, adolescenti e adulti. Parlano del corpo, del gioco, del rischio, del gruppo e della libertà: questioni che attraversano tutte le generazioni. Questa attenzione alle generazioni si ritrova anche nei progetti partecipativi. Les Mémoires d’une seigneure, Rise, la nuova creazione di Ninarello, così come Extradanza, coinvolgono direttamente persone non professioniste provenienti da orizzonti, età ed esperienze molto differenti. Cerchiamo così di costruire un festival in cui le generazioni non siano separate ma invitate a incontrarsi, a condividere un’esperienza comune e ad abitare insieme uno stesso orizzonte.

[Ana Andros]

 

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