Il chitarrista che si fa in tre (band)
Jörg Mahlknecht (Mahroots, Piccioni) il 10 aprile suonerà con i Timebreak

Ancora più isolata da quando è interconnessa, la Val d’Ega non riesce ormai a permeare delle sue immote tradizioni, nate dall’asprezza e dalla povertà atavica del territorio, la massa dei vacanzieri in corsa verso la sua testata dolomitica, dimidiata nel suo fascino per soddisfarne i presunti bisogni.
Va da sé che tale irriducibile contrasto generi pulsioni sul piano artistico che, in musica nel caso di Jörg “Joe” Mahlknecht, portano a rinverdire i modelli musicali d’Oltreoceano che incarnavano il sogno di potersi aprire al mondo, in modo molto meno intrusivo di oggi, dei giovanotti di montagna degli Ottanta. Da chitarrista impegnato nelle cover, il venticinquenne si sta avvicinando con tre diverse formazioni alla sua prima produzione discografica di composizioni originali che già fanno capolino nel repertorio da proporre sul palco, come si potrà apprezzare nella data bolzanina al Sudwerk di via Hofer con la band Timebreak la sera del 10 aprile. Proviamo a conoscerlo meglio.
Joe, come ti sei avvicinato alla musica?
Sono cresciuto in Val d’Ega e ho sempre ascoltato musica: ci sono anche alcune foto di quando ero bambino in cui tengo in mano una piccola chitarra di plastica e faccio finta di suonare. Però per molto tempo non ho avuto un vero contatto con la musica. Credo fosse il 2016 quando un mio amico era a casa mia e prese la vecchia chitarra di mio padre: iniziò a suonare “Change” dei Blind Melon ed è lì che mi è venuta per la prima volta la voglia di imparare la chitarra. Due settimane dopo convinsi mio padre a comprarmene una, elettrica. Da quel momento ho iniziato a guardare tutorial su YouTube e ho imparato piano piano da solo. Mi sono accorto subito che questo strumento mi prendeva tantissimo. Da allora non ho più smesso e ho capito che la musica è la mia passione.
Suonando relativamente da poco tempo fai già gli assoli: come hai imparato?
Nel 2023 ho iniziato a fare i primi concerti. Ho imparato tutto da autodidatta e non ho mai avuto un insegnante di chitarra. A un certo punto però avevo voglia di conoscere altre persone che facessero musica. Alla fine del 2022 mi sono iscritto al progetto “Soundlab”, perché nel mio giro non conoscevo nessuno che suonasse. Lì ho incontrato per la prima volta persone con la stessa passione, tra cui anche il mio attuale collega (ndr: il chitarrista e cantante Patrick Zelger alias Ricky Roots) con cui oggi suono in tutte e tre le formazioni che ho contribuito a creare. Dopo il progetto abbiamo iniziato a trovarci per fare jam. Lui aveva un contatto per un primo concerto e da lì è partito tutto con l’arrivo immediato di altre richieste d’esibizione.
A chi t’ispiri per le tue composizioni originali?
Ascolto musica molto diversa e non riesco a scegliere un solo genere. Quando ho iniziato mi hanno influenzato molto Jimi Hendrix, Nirvana e i Red Hot Chili Peppers. Con il tempo i miei gusti sono cambiati spesso. In questo periodo la mia band preferita è Cardinal Black e il loro chitarrista, Chris Buck, è per me una grande fonte di ispirazione.
Puoi giostrare su tre possibili formazioni: quali diverse possibilità ti offrono?
Tutto è iniziato con Mahroots. Io e Patrick abbiamo creato questo duo acustico per fare i primi concerti. Dopo circa un anno si è aggiunta la cantante Laura Frick e siamo diventati un trio, con cui suoniamo spesso ad aperitivi in bar o ristoranti, matrimoni, feste private e a volte anche a festival. Suoniamo soprattutto cover reinterpretate e alcuni brani nostri. La band Timebreak nasce dallo stesso trio, ma con l’aggiunta di batteria e basso. Con questo progetto suoniamo soprattutto in festival ed eventi più grandi, concentrandoci principalmente sulla nostra musica originale. Il nostro stile sta tra psychedelic, funk, soul e rap. Infine c’è la band Piccioni, composta da 7 musicisti che mescolano diversi generi, per un genere che abbiamo battezzato come “World Folk”. Abbiamo iniziato facendo musica di strada e adesso suoniamo anche a festival e concerti.
Hai in programma un album in studio: quanto è difficile oggi far conoscere, ormai in piattaforma, i propri lavori?
Di recente ho finito con due dei miei progetti il lavoro in studio per un album e un EP. Entrambi usciranno nel corso di quest’anno. L’idea delle piattaforme di streaming è bella, perché un musicista può pubblicare la propria musica e raggiungere persone in tutto il mondo più facilmente. Il problema è che gli artisti vengono pagati molto poco per gli ascolti. Anche con molti stream il guadagno è spesso minimo, mentre le piattaforme guadagnano molto. Inoltre ogni giorno escono tantissime nuove canzoni ed è sempre più difficile emergere. Negli ultimi tempi c’è poi sempre più musica creata con l’intelligenza artificiale, tutto è ancora più affollato e t’impone d’essere sempre più competitivo.
Ti aiuta esserti appoggiato a Perfas (Performing Artists Association South Tyrol) per uscire un po’ dall’anonimato?
Organizzazioni come Perfas sono molto importanti. Dal 2021 Perfas riunisce artisti professionisti delle arti performative di tutti i gruppi linguistici dell’Alto Adige e rappresenta i loro interessi. L’obiettivo è migliorare le condizioni di lavoro degli artisti e creare più collaborazione tra loro. Per me farne parte è molto utile, perché aiuta i musicisti a connettersi e ad avere una voce comune. Per il resto, annunciamo i concerti sui profili Instagram delle band: timebreak.band, mahroots.music e piccioniofficial.
Sogni nel cassetto?
Suonare su grandi palchi e fare tour in giro per il mondo. Allo stesso tempo so che la vita di un musicista di successo ha anche lati difficili. Per questo non ho fretta di diventare famoso. Per me la cosa più importante è la musica. In realtà ho già iniziato a vivere il mio sogno: essere un musicista. Vedremo con il tempo dove mi porterà questo percorso.
[Daniele Barina]























































