CULTURE

Il Teatro (Stabile) secondo Andrea Cerri
Intervista al nuovo direttore della prestigiosa istituzione del capoluogo

07 Lanimazione diventa

Quarantuno anni, spezzino, una formazione accademica in ambito socioeconomico che ha saputo trasformare in carburante per un’idea di teatro diversa da quella del semplice gestore di cartelloni.

Andrea Cerri ha costruito la sua storia alla guida di SCARTI – Centro di Produzione Teatrale d’Innovazione della Liguria – e del Festival Fuori Luogo a La Spezia, realtà che si contraddistingue per l’intenso lavoro sul territorio e per l’attenzione all’inclusione di fasce a rischio di emarginazione: adolescenti, anziani, disabili, detenuti. Ora, scelto all’unanimità dal Consiglio di amministrazione del Teatro Stabile di Bolzano tra molteplici candidature, eredita una delle istituzioni teatrali più prestigiose d’Italia.

Partiamo da dove tutto è cominciato. SCARTI nasce nel 2007 da un gruppo di giovani artisti e operatori spezzini, e in quindici anni diventa il primo Centro di Produzione Teatrale d’Innovazione della Liguria. Che cosa hai imparato, in quel percorso, che porti adesso a Bolzano?
Per prima cosa, a partire dal basso: a costruire da zero dei progetti, delle progettualità; e che in campo artistico, soprattutto in campo teatrale, serve sempre una squadra, perché da soli non si va tanto lontano. E poi ho imparato anche che partire da un territorio di provincia ha forse alcuni lati negativi, ma ti dà una spinta in più rispetto a chi magari nasce nelle grandi metropoli, dove c’è già un sistema teatrale, un sistema culturale collaudato: il fatto di costruire qualcosa sul proprio territorio – o, comunque, su un territorio periferico rispetto ai grandi circuiti culturali nazionali – ti può dare la motivazione per crescere e per fare qualcosa di nuovo e significativo anche a livello nazionale.

Fuori Luogo è una creatura ibrida che hai descritto come “una stagione con la forma di festival, o un festival che dura una stagione”. Un formato che rompe le categorie, hai detto che era il momento di “fare un passo avanti”. Questo passo avanti è Bolzano?
Sì, quando ho ideato il titolo della stagione, io non sapevo che sarei stato scelto per Bolzano. Avevo però percepito come si stesse chiudendo per me un ciclo, anche dal punto di vista personale. Avevo già deciso che le stagioni successive sarebbero state curate da qualcun altro, perché credo che i progetti, soprattutto quelli che cercano di essere innovativi nelle forme quanto nei contenuti, debbano avere un certo ricambio nelle proposte; mi sono reso conto che io avevo esaurito una funzione in quel progetto, e che sarebbero state necessarie forze nuove, visioni nuove, per dare una rinnovata spinta al progetto. Bisogna sapersi accorgere di quando non c’è più lo slancio innovativo iniziale e penso che sia importante non solo per un progetto particolare come Fuori Luogo, ma per le istituzioni teatrali e per le direzioni artistiche in generale. Io sono un fautore del ricambio non per una questione di “rottamazione”, o puramente generazionale, ma proprio per il ricambio degli sguardi e delle sensibilità, per me l’unico modo per far sì che i progetti continuino a parlare alla contemporaneità e non divengano “ostaggio” delle persone che li hanno ideati.

Parliamo di Bolzano, una realtà che ne contiene molte. Vieni da La Spezia, da una Liguria marina e operaia. Che cosa ti aspetti da questa terra alpina, di confine, plurilingue? Come intendi gestire questa complessità? La pluralità linguistica e culturale è una ricchezza da celebrare o una tensione da abitare?
Il territorio è molto interessante proprio perché convivono queste diverse culture, questa pluralità di linguaggi, di etnie, di storie. È un territorio affascinante perché di confine, una porta verso tutto un mondo mitteleuropeo che mi ha sempre affascinato, un mondo che ha espresso molto dal punto di vista culturale, dei grandi autori, dei grandi artisti del teatro del Novecento e non solo. Poi a me interessano anche i conflitti, nel senso che questi, quando non degenerano, quando rispecchiano una tensione reale, anche in senso positivo, sono estremamente generativi in termini di creatività. Rispetto al territorio ligure, sicuramente ci sono tante differenze, ma ciò che di simile ci può essere è legato alla dimensione della provincia, al non essere un grande centro metropolitano: mi sento piuttosto a casa qui, perché alcune dinamiche sono simili, anche se questo è un territorio che rispetto al nostro ha una tradizione culturale molto più lunga e più ricca, anche avendo a disposizione più risorse.

A SCARTI il lavoro con le fasce vulnerabili non era un progetto laterale, era parte integrante dell’identità dell’organizzazione. Detenuti, anziani, adolescenti, disabili: come si trasla questa vocazione dentro un teatro stabile pubblico, con la sua storia, la sua struttura, le sue attese istituzionali?
Io penso che lo Stabile di Bolzano possa diventare un laboratorio nazionale rispetto a questi temi: è certamente una delle linee di artistiche che vorrei portare avanti. Spesso gli stabili hanno dei progetti sul sociale, sul tema dell’accessibilità e dell’inclusione ma, spesso, rimangono marginali o non hanno esiti artistici all’altezza di un teatro pubblico. E invece il sociale dovrebbe essere un asse strategico in cui uno stabile pubblico è chiamato a impegnarsi, ma sempre con una finalità. Noi siamo un teatro, facciamo arte, dobbiamo produrre arte, dobbiamo produrre cultura e, quindi, anche quando ci approcciamo a questi temi, a questi gruppi, a queste comunità, dobbiamo avere sempre come obiettivo quello artistico, non quello sociale. A Bolzano è sempre stata la giusta filosofia del Teatro La Ribalta, che coinvolge i suoi attori con disabilità non in quanto appartenenti a una categoria, ma perché possono esprimere una creazione autenticamente artistica. E questo si traduce nel fatto che più alta è la qualità del processo o del prodotto artistico che viene fuori da tali progetti, più alte sono anche le ricadute sociali. Dal mio punto di vista, lo Stabile del Bolzano potrebbe essere un’avanguardia rispetto ad un modello, una buona pratica – che, spero, poi possa essere seguito anche dagli altri stabili pubblici – in cui questi progetti abbiano la stessa qualità e la stessa dignità delle produzioni e delle programmazioni consueti: non ci dovrebbero essere progetti di serie A e di serie B.

Hai parlato più volte del teatro come servizio pubblico. Che cosa significa concretamente per te?
Il teatro è rimasto, in generale, uno dei pochi luoghi dove le persone si possono ancora incontrare per condividere un’esperienza collettiva, dal vivo, senza necessariamente conoscersi in precedenza. Il teatro pubblico deve quindi rappresentare quelle tensioni della società, quelle tematiche e quei linguaggi che possono parlare a un pubblico ampio e, essendo un ente partecipato, deve avere una particolare responsabilità tanto culturale e artistica quanto di gestione delle risorse. Questo non si traduce automaticamente in soli numeri: va tenuto conto anche della “composizione” di questi numeri, il che, a volte, significa riuscire a coinvolgere determinate fasce della popolazione, determinati cittadini. Anche un numero molto ridotto può essere un obiettivo, può essere un risultato più importante rispetto a fare i “mega sold out” con il “mega mainstream”: può essere più significativo dal punto di vista culturale, anche rispetto all’impatto sulla vita della comunità, riuscire a coinvolgere poche persone, che però siano consapevoli di ciò che vedono.

Quali artisti, quali linguaggi, quali geografie artistiche intendi portare a Bolzano?
Mi piacciono gli artisti che, come dicevo, riescono a parlare al presente di temi presenti, nella drammaturgia contemporanea ma anche attraverso i grandi classici. Sicuramente vorrei portare a Bolzano una nuova generazione di artisti e di registi – anche internazionali – che ho incontrato nel mio precedente percorso, così come vorrei che una nuova generazione di registi abbia la possibilità di confrontarsi con produzioni più importanti, o quantomeno provarci, perché il teatro è comunque sempre sperimentazione.
È mio obiettivo, soprattutto, aprire la programmazione alle linee – sia nel linguaggio che nei contenuti – che stanno emergendo nei diversi contesti dei teatri europei e che, spesso, in Italia non riusciamo a intercettare se non nei maggiori teatri nazionali come il Piccolo di Milano. Vorrei far conoscere anche a Bolzano quello che sta succedendo nel panorama europeo, le tendenze verso cui si stanno incanalando le arti performative; oltre a creare uno scambio intergenerazionale tra artisti affermati e artisti emergenti.

Il Teatro Stabile di Bolzano ha una vocazione produttiva oltre che di ospitalità. Cosa potrà nascere qui che non potrebbe nascere altrove?
Stiamo già lavorando proprio sul tema dell’identità di confine, per sviluppare dei progetti che mettano in relazione diversi teatri e collocare, anche a livello produttivo, lo Stabile di Bolzano dentro una rete che non si limiti ai confini nazionali, ma che possa porsi in dialogo con territori ed esperienze artistiche e culturali affini e diverse, in progetti di alto valore, di alta qualità e di particolare significanza per la collettività.

Ultima domanda, forse la più personale: c’è uno spettacolo – visto o fatto – che ha cambiato qualcosa in te in modo irreversibile?
La Sagra della Primavera di Pina Bausch, visto al Teatro San Carlo di Napoli. Rivoluzionario.

[Alessandra Limetti]

 

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