CULTURE

Un gruppo pop nato dalla... febbre
The Fever Week, la band formata da musicisti di quattro nazionalità diverse

07 Lanimazione diventa

Lo scorso mese hanno pubblicato su YouTube una nuova canzone intitolata “Really don’t care” che, con altre composizioni originali, finirà in scaletta ai loro concerti, piuttosto frequenti in Alto Adige nonostante si tratti di un gruppo transfrontaliero.

Stiamo parlando di The Fever Week, band alt-pop fondata nel 2024 da Simon Feichter, cantante e chitarrista di Ora, con un altro chitarrista e cantautore come Simon Klingseis di Innsbruck, completata poi dal batterista Gregor Moser e ora dalla nuovissima arrivata, la bassista Emily Williams.

In versione liofilizzata, solo i due Simon come acoustic duo, saranno sul palco del Musik im Park di Dobbiaco il 22 di agosto, mentre il 23 suoneranno sullo Youth Stage alla Altstadtfest di Bressanone, comunque due occasioni per avvicinarsi al loro universo creativo, mentre noi andiamo a conoscerli attraverso le parole di Simon Feichter, membro anche di altre due formazioni locali come Cemetery Drive e Seasons&Colours.

Nel grande mare della Rete avete trovato un brand unico come The Fever Week che conduce solo a voi: come avete deciso il nome della band?
La mia fidanzata mi ha detto che suo fratello era simile a me, si chiamava anche lui Simon, suonava, aveva un gruppo, gli piacevano gli stessi gruppi che ascoltavo io. E così, dopo averlo conosciuto tempo dopo, ci siamo messi a suonare un po’ a casa e ne è nata subito una composizione, registrata col mio Mac, la prima di altre che abbiamo poi deciso di mettere online. Trovandoci a questo scopo, cosa non semplice visto che lui è di Innsbruck, in quel weekend aveva la febbre e in uno successivo l’ho avuta io: da lì siamo partiti con un “the Fever Weekend” per approdare presto semplicemente a The Fever Week. In più usavamo dei synth con suoni Anni 80 e quello è stato un decennio dove la febbre era anche quella del sabato sera…

Nelle vostre composizioni si trovano tutti gli elementi di un pop di facile ascolto da voi definito “alternative”, che va dalla ballata semiacustica a un suono più da garage band britannica: è così?
Sì, riconoscersi nel genere dell’alternative pop è dovuto all’ascolto di gruppi che trovavamo avessero un suono tipo il nostro e che lo definivano così sui loro profili. Fare pop per noi dipende da come scrivi i pezzi, non cose lunghe dieci minuti ma sui tre, rispettando sempre la sequenza verse-chorus-bridge, cosa che fa però anche il rock. Così non ci preoccupiamo più di tanto del genere…

Fino all’altro giorno eravate in tre ma ora siete in quattro con l’ingresso di una bassista, Emily Williams: è fidanzata, tipo Yoko Ono, con qualcuno della band?
(ride ndr) No, però sta con un mio compagno di lavoro che ci ha visti al Sudwerk quando eravamo ancora in trio, senza il basso, presentandocela. È americana per cui ci aspettiamo da lei in futuro un aiuto con i nostri testi, anche se ha detto che nel mio cantato si avverte che non sono inglese solo in rarissimi punti. Ho sempre sentito musica inglese, ho studiato inglese e cantato in quella lingua ma non sono mai stato all’estero, quindi ho avuto fortuna ad avere questa qualità. Sinora le canzoni le abbiamo scritte io e l’altro Simon, una l’ha composta il nostro batterista Greg Moser che è l’unico musicista professionista della band e vive a Bamberg in Germania dove suona nell’orchestra sinfonica.

Per provare come fate, a distanza in stile Covid?
No, questo non lo facciamo mai. È un po’ complicato perché ci vediamo due o tre weekend l’anno, quindi ognuno impara il pezzo separatamente in modo da essere pronto quando c’è la prova. È un po’ un peccato perché la voglia di trovarsi più spesso ci sarebbe. Questo mese andremo quattro giorni in studio a Innsbruck.

Avete otto composizioni originali per cui ai concerti ripiegate anche su qualche cover?
Sì, ci siamo chiesti cosa poter aggiungere dal vivo prima di suonare al Sudwerk nello scorso autunno. Nella nostra logica serviva un pezzo che il pubblico conoscesse, nessuno escluso, così ci è sembrata perfetta Livin’ on a Prayer di Bon Jovi, seppur per darne una nostra versione differente dall’originale ma con la linea vocale giusta e lo whoa whoa del ritornello che in platea cantano tutti. Facciamo anche un medley acustico tra Somewhere only we know di Keane e The Scientist dei Coldplay.

Altre ispirazioni musicali?
L’importante è che siamo quattro persone che ascoltano di tutto e, in linea di massima, i gruppi piccoli ci piacciono più di quelli famosi. Per esempio The Band Camino, Knox, i Nightly che fanno un genere non molto diffuso in Italia. In effetti, però, mi piace anche Sam Fender che è primo nelle charts britanniche.

Di qui e di là del Brennero che differenze ci sono nella cultura dello spettacolo, nell’attenzione ai gruppi da parte degli operatori e nel pubblico?
Qui riesci a suonare, te lo dico in base a un’esperienza ormai quindicennale: se sei giovane e hai la volontà di farlo ci sono più di cinquanta festival in provincia, ci sono i centri giovani, un palco lo trovi facilmente. Oltre confine facciamo fatica, pur essendo di lì due dei nostri, in occasione di un concerto austriaco non abbiamo trovato nemmeno una opening band e ne sono venute due dall’Alto Adige. C’è solo Innsbruck, mentre da noi ci sono più centri come l’Ufo a Brunico o il BASIS in Venosta, ma lì la scena è molto esclusiva e poco permeabile.

[Daniele Barina]

 

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