Lo scultore non vedente che impasta i sogni
Andrea Bianco si racconta: “Le mie opere parlano di me e dei miei sentimenti”

“Mi piace, nei lavori che realizzo, trasmettere me stesso: impastarli di me, delle mie idee, dei miei sentimenti, dei miei sogni, dei miei limiti, delle mie ambizioni. Prima di rappresentare qualcosa, la scultura parla di me”.
Intervista allo scultore non vedente che nelle opere impasta i suoi sogni: Andrea Bianco.
Quando ha capito che la scultura non era soltanto una passione?
A 40 anni, navigando online, ho scoperto che le persone non vedenti possono lavorare l’argilla. Mi sono iscritto a un corso, ma era troppo poco; sono andato a Pietrasanta, a Carrara, poi di nuovo a Bolzano, dove per tre anni ho imparato a scolpire il legno con un ragazzo. Io ho imparato a scolpire meglio, lui ha imparato a insegnare solamente con tatto e udito (di solito si insegna con la vista). Dalla formazione ho capito che la scultura è uno dei modi attraverso cui esprimere i propri sentimenti.
La sua vita è stata segnata da un’esperienza profonda e trasformativa. In che modo la perdita della vista influenza il rapporto con la materia?
Mentre la persona vedente fa un progetto e a quello rimane legata, io mi faccio un’idea di ciò che voglio fare, però lavoro direttamente sulla materia, e posso cambiare strada facendo. Se in quel momento le mie sensazioni sono diverse, cambio. Il mio rapporto con la materia è molto più profondo e immediato.
Lei parla spesso di emozioni e interiorità. Quando una scultura può dirsi davvero conclusa?
La definisco conclusa quando, qualsiasi cosa faccia – che aggiunga o che tolga – la rovino. Allora mi accorgo che è conclusa.
Lavora con materiali molto diversi. Come sceglie quello più adatto a un’opera?
Con l’argilla si modella e aggiunge, col legno e col marmo si toglie: sono tecniche opposte. Prima mi faccio un’immagine mentale, e quando ho chiara la forma, capisco anche materiale e colore. La scultura è il lavoro finale, prima c’è l’idea, che non arriva mai quando voglio io. Senza questa illuminazione non comincio: la devo mettere a fuoco, e ho la forma. A volte l’idea nasce con forma e colore, altre invece capisco il colore solo toccando bene il lavoro.
La figura femminile è una presenza ricorrente...
Spesso le donne sono stilizzate, “impoverite” nel loro aspetto esteriore, perché voglio mettere in risalto la loro parte interiore. Ad esempio, la donna è, di per sé, madre: fisicamente, ma può esserlo anche emotivamente, o per una comunità. La donna è una ricchezza, un perno su cui gira la società. Per sottolineare ciò, spesso scolpisco donne incinte.
Nelle sue opere molto è affidato allo sguardo di chi osserva. Quanto conta, per lei, la libertà di interpretazione del pubblico?
Le mie opere sono spesso astrazioni figurative. Non curo necessariamente l’aspetto figurativo, come nel caso degli animali, che sembrano quasi cartoni animati. La libertà dello spettatore è fondamentale, perché quando guarda un’opera fa introspezione: guarda dentro di sé e la legge in base alla sua storia.
Tra le tante mostre, quale esperienza l’ha fatta crescere di più come artista?
Dal 2017 più di 70 mostre, locali e nazionali. Sul territorio mi piacciono castelli e cantine vinicole, a livello nazionale ho esposto in luoghi prestigiosi, come la Reggia di Caserta e l’Accademia di Arti a Firenze. Mi piace il rapporto diretto e il dialogo con i visitatori. Ciò che manca, e sarebbe fondamentale, è il confronto tra artisti: c’è sempre la paura di vedersi “rubata” l’idea. Lo trovo infantile, perché non è l’idea che fa la differenza, è come la si realizza. Anche se partiamo dallo stesso concetto, la mia mano non è la tua, la mia mente non è la tua: il risultato non sarà mai lo stesso.
Alla Biennale di Venezia ha presentato un’opera astratta: “Custode del vuoto”.
Era la prima volta, è stato interessante. Semplificando molto, l’opera è a forma di U, in argilla refrattaria e con uno smalto rame, su una base d’acciaio. Le due ali della U custodiscono il vuoto, che è parte integrante dell’opera. Ciascuno è chiamato a custodire un vuoto, che deve crearsi dentro per staccare da questo mondo rumoroso e frenetico, e riuscire a ritrovarsi.
A proposito: l’arte sembra inseguire velocità e provocazione. Quale pensa sia oggi il ruolo dell’artista?
Non mi ci trovo, perché è spesso gridata e tagliente. Invece l’arte nasce per portare al bello e arricchire di sentimenti. Se uno va a una mostra e ne esce identico a come è entrato, è stato un fallimento. Deve uscirne arricchito emotivamente. Quello che dovrebbe fare l’artista oggi, come in passato, è ricondurre al bello.
A cosa sta lavorando? Quali nuove sfide artistiche o umane le piacerebbe affrontare?
A gennaio esporrò con mia moglie Lara, che ha iniziato un percorso come pittrice. Vorrei scoprire nuovi materiali e tecniche. Inoltre da anni insisto affinché nasca una formazione stabile per persone non vedenti. In tanti vorrebbero scolpire e nessuno li aiuta. Se una persona desidera esprimersi attraverso l’arte, e non ci riesce, sarà scontenta per tutta la vita.
[Ana Andros]
























































































































































