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CULTURE

Sospeso tra poesia, musica e pittura
Il brissinese Arno Dejaco è artista poliedrico e studioso di lingue

04 forst

Madrelingua tedesca, bisnonno badiota ma già il nonno non parlava il ladino, il brissinese Arno Dejaco è un artista a tutto tondo. Partecipa al laboratorio di letteratura e traduzione Zelt e si definisce un pittore di parole, un poeta di scena e un ricercatore musicale.

Come musicista, autore, polistrumentista e cantante, ha quattro album alle spalle: il primo Cooking è un cd di hip hop/rap a nome del gruppo SPU con pezzi impegnati in tedesco e in italiano composti con una groovebox 909 nel 2007 (insieme alle voci dei 4twenty Christian Popodi e Bauer Christoph), il secondo Ein Herz dà inizio ai Logoscopes, ovvero il chitarrista Ivan Miglioranza, il violino di Katharina Schwärzer e Phil Mare (Pooh, Zucchero) alla batteria, poi è stata la volta di 123 Test con il drummer dei mitici Mad Puppet Michael Mock e infine del più recente progetto Bumtschak Welle per piano elettrico, voci ed electronics, ancora con sua moglie Katharina Schwärzer che è anche danzatrice e performer. Dub, afrobeat, elettronica e rock, hanno arricchito negli anni l’ordito sonoro su cui cucire le sue liriche, lanciate a volte verso lidi di altro tipo come la photopoetry e i Wortbilder, disegni di parole realizzati con il pittore Matthias Vieider. Prenditi il tuo tempo, perché la vita è il soundcheck più lungo di tutti i tempi - ha scritto Dejaco - e noi ci siamo presi quello di scambiare due parole con lui.

Quali sono i filoni portanti della tua arte: poesia, arti visive, musica, pittura? Poeta pare riduttivo…
(ride) Poeta non è mai riduttivo! Personalmente non ho nemmeno il coraggio di definirmi poeta, mestiere che implica moltissima responsabilità e grande sofferenza. Io in verità non vivo tanta sofferenza ma la poesia per me è un’arte importantissima e proprio per questo stento a definirmi poeta. Uno dei miei modelli è Vinicio Capossela: ecco, lui è un poeta ed è giusto così perché lingua e musica sono la stessa cosa, senza musicalità la lingua non funziona e viceversa.

Riesci a trarre ancora ispirazione poetica dalla tua Votolond?
La Votolond (titolo di una sua canzone dedicata alla Vaterland ndr) non è la mia Votolond, non la avverto come patria, quindi in senso patriarcale, essendo più legato alla natura che non all’idea di un’appartenenza genetica a un posto. Per fare un lavoro di poesia e fotografia, con Manuel Ferrigato siamo andati a Fuerteventura solo per una certa spiaggia che c’è lì: da noi qui non esiste più un posto da dove lo sguardo non incroci delle case. Ecco che non m’interessa una costruzione nazionalistica del mio vivere qui, quanto piuttosto viaggiare: nel 2002 giravo la Palestina in autostop, sono stato in Australia e in Asia così come in Danimarca, a Firenze o in Umbria, trovando sempre grande ispirazione.

Che rapporto hai con il turismo?
Un certo benessere raggiunto in Europa, fa sì che ci siano un sacco di persone in giro dappertutto e che le mete siano tutte piene. A nessuno di noi può essere però tolta la libertà di spostarci che abbiamo nel nostro continente, forse è la cosa più grande e bella che ci sia capitata, non possiamo farla oggetto di divieto anche a rischio di dover patire l’overtourism in certe destinazioni classiche.

Quali sono le tue influenze principali in campo letterario e musicale?
In campo letterario l’imprinting me l’ha dato Ernst Jandl ed è grazie a lui se la poesia, la lingua e la parola, sono al centro della mia arte. Ho poi una vasta collezione di dischi che spazia dal jazz, anche acid, fino al funk, dal reggae al dub. Un disco che mi ha influenzato molto è stato il primo di Manu Chao con i suoi samples e l’intuitività di una musica che aveva anche forti contenuti politici. Così, come detto, ho un grande trasporto per Capossela. Mia moglie ha studiato musica e, a furia di ascoltarlo, mi sono innamorato anche di Debussy. Sento tutta la musica in definitiva, i Massive Attack, Tom Waits, Patti Smith, Chet Baker ma anche tanta musica di nicchia e da tutto il mondo. Per il resto nell’attività musicale io sono autodidatta ma ho avuto la fortuna di attorniarmi di professionisti incredibili…

La comunicazione verbale qui in provincia è piuttosto difficoltosa: tu hai scelto tedesco e Umgangssprache come modo per far arrivare al pubblico i tuoi pensieri…
Penso che la situazione linguistica sia povera rispetto a quanto avrebbe potuto essere, la lingua è intesa in maniera troppo pragmatica, esclusivamente utilitaristica. Parlare della lingua richiede invece di ampliare il discorso alla cultura o alla situazione sociale, quest’ultima non congeniata come un unicum bensì in termini di separazione, dividendoci in tante schegge. Le lingue però dovrebbero essere un ponte e non un muro, non generare paura come fanno qui che sono anche un veicolo di potere. In sessant’anni di pace duratura in cui siamo vissuti, non siamo riusciti ad approfittare della chance che ci offriva il territorio per diventare un unico organismo a sé stante e molto forte. Con Donatella Trevisan di Zelt stiamo invece lavorando sui punti di connessione tra i linguaggi e tra questi e la società.

[Daniele Barina]

Menti, tempo

Menti, tempo
e svegliami con una storia
su te e me
Con mille titani
che sconfiggiamo
e giacciono
in vasche
con letti di nuvole
Menti, tempo a me
e sussurra la mia storia
dell’unico mondo
lentamente
travestita
per un battito di ciglia

(Lűge, Zeit - Photopoetry con scatti di Manuel Ferrigato) da www.arnodejaco.com

 

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