La foto che racconta
Fabrizio Giusti e il Fotoclub Immagine: quando la passione diventa comunità

C’è chi fotografa per catturare un attimo, chi per il piacere di una bella immagine, e chi invece per raccontare il mondo.
Fabrizio Giusti appartiene a quest’ultima categoria. Da oltre trent’anni è l’anima del Fotoclub Immagine di Merano, un’associazione che ha saputo trasformare la passione condivisa in qualcosa di più grande: una comunità, un metodo, un modo di guardare le cose.
Fabrizio, la tua storia con la fotografia comincia negli anni Novanta quasi per caso, attraverso un incontro. Eppure sembra che qualcosa ci fosse già dentro di te, ancor prima di saperlo. Com’è andata?
Lavorando ho conosciuto alcune persone che frequentavano il fotoclub di Merano. In loro ho riconosciuto qualcosa che non sapevo di avere. Poi, anni dopo, frugando negli archivi di famiglia, ho trovato una vecchia Ferrania degli anni Sessanta di mio padre. Lui fotografava me e mia sorella, ma anche nidi sotto i tetti, paesaggi, piccoli dettagli del quotidiano. Ho capito allora che forse quella vena artistica ce l’avevo già nel sangue, aspettava solo di essere trovata.
Il Fotoclub Immagine nasce nel 1990. Tu non c’eri ancora, eppure oggi ne sei la memoria storica. Come descriveresti il cammino dall’inizio a oggi?
Il club nasce dall’unione di due gruppi fotografici, uno di Merano e uno di Sinigo. Io sono arrivato qualche anno dopo, non sono tra i fondatori. Ormai siamo rimasti in due tra i soci di lungo corso, tutti gli altri sono arrivati nel tempo, molti attraverso il corso base di fotografia che portiamo avanti insieme da anni.
Nel 2008 sei diventato presidente. Immagino non fosse una decisione scontata. Cosa ti ha convinto, e cosa hai voluto cambiare?
Non ero sicurissimo di essere la persona giusta, ma chi c’era prima di me mi ha convinto. E una volta assunto l’incarico ho capito subito cosa volevo fare: alzare il livello culturale, spostare l’attenzione dalla “foto bella” alla fotografia come racconto. Ho iniziato a portare esempi, a mostrare cosa significava lavorare su un tema. Non è stato immediato: in un ambiente abituato alla libertà totale e alla singola immagine, chiedere di costruire un progetto è una piccola rivoluzione.
Come funziona la vita del club nel quotidiano? Cosa trovano i soci quando varcano la soglia della sede?
Ci troviamo una volta alla settimana. Si guardano le fotografie, si discute, ci si confronta. Poi organizziamo uscite fotografiche distribuite nell’anno. Sono momenti che servono a tenere unito il gruppo, a coinvolgere anche i soci meno assidui alle serate settimanali.
Abbiamo una sede concessa dal Comune con un piccolo affitto, con tanto di sala posa – anche se oggi viene usata meno rispetto a un tempo, da quando la fotografia in studio è diventata meno praticata. E da qualche anno ho introdotto incontri con fotografi ospiti esterni. Perché è proprio guardando gli altri che si cresce.
Le vostre mostre hanno quasi sempre un taglio tematico preciso, e i titoli che hai scelto negli anni sembrano quasi una mappa esistenziale: Imperfezioni, Leggerezza, Famiglia, Equilibrio… Come nascono questi temi, e cosa cercate di raccontare con loro?
La scelta tematica è una mia prerogativa precisa. La prima mostra tematica è stata nel 2013, dal titolo Imperfezioni: tutto ciò che non è perfetto, nei corpi, nelle cose, nella vita. L’anno dopo Leggerezza, poi Famiglia, Volontariato, Tradizioni in Alto Adige, Essenziale, Equilibrio. Scelgo temi ampi, capaci di generare molte interpretazioni diverse, che lascino spazio sia a chi lavora in modo immediato sia a chi costruisce un progetto complesso nel tempo. Quest’anno stiamo lavorando a Signa Manent, segni che rimangono. C’è stata anche una mostra interamente dedicata alla Phone Photography: chiedere a fotografi con attrezzature professionali di scattare solo con lo smartphone ha sollevato qualche sopracciglio, ma abbiamo dimostrato che con un telefono si può fare ottima fotografia e che lo strumento conta meno di quanto si pensi.
A un certo punto il Fotoclub è arrivato a livello nazionale, con il congresso FIAF a Merano e un riconoscimento importante...
Dopo dieci anni come delegato regionale FIAF, ho pensato di portare a Merano il congresso nazionale della federazione. Era un’impresa grossa, migliaia di fotografi da tutta Italia, undici mostre sparse per la città, conferenze, workshop, talk. L’anno seguente il Fotoclub ha ricevuto il BFI (Benemerito della Fotografia Italiana), un riconoscimento assegnato dalla FIAF a chi contribuisce a promuovere la fotografia in Italia. E poi, con grande piacere, è arrivato anche a me personalmente.
Cosa diresti a chi si avvicina alla fotografia e non sa ancora se vale la pena entrare in un circolo?
Frequentate altri fotografi. Ho visto negli anni molte persone che non sono riuscite a inserirsi in un gruppo – per carattere, per timidezza, per qualsiasi ragione – e si sono isolate. Fotograficamente si sono come spente. Invece stare in un circolo, partecipare a progetti anche quando non avresti scelto quel soggetto, confrontarsi con chi vede le cose in modo diverso da te: questo arricchisce enormemente. La fotografia solitaria ha il suo fascino, ma la fotografia condivisa ha qualcosa di più: crea amicizie, crea comunità. E, quando nasce qualcosa che va oltre l’obiettivo, lì sento che il lavoro ha avuto senso.
[Alessandra Limetti]
























































































