La danza e l’incessante lavoro sul corpo
Anastasia Kostner è danzatrice, coreografa, performer e insegnante

La relazione con l’ambiente e con il corpo sono il fulcro dell’attività di Anastasia Kostner, danzatrice e coreografa originaria della Val Gardena, attualmente residente ad Amsterdam. Il suo percorso si è sviluppato tra formazione accademica e ricerca artistica indipendente: ha studiato alla Bruckner Universität a Linz, Trinity LABAN a Londra e a Francoforte (MAZTP).
Negli anni Anastasia Kostner ha collaborato con diverse compagnie e coreografi internazionali, affiancando alla pratica performativa anche la creazione coreografica e l’insegnamento. Parallelamente, ha approfondito il lavoro sul corpo attraverso il Rolfing e pratiche somatiche, che oggi influenzano profondamente sia la sua ricerca artistica che il suo approccio pedagogico.
In quanto originaria della Val Gardena, in che modo il legame con il territorio influenza la sua ricerca artistica?
Il legame con la Val Gardena è una radice molto profonda nel mio lavoro, anche se non sempre esplicita. Crescere lì ha influenzato il mio modo di percepire il corpo nello spazio: la relazione con l’ampiezza, il silenzio, le forze naturali. In lavori come Sas Mujel o altre opere site-specific, questa connessione emerge sotto forma di relazioni spaziali, ispirazione estetica e qualità del movimento, dando forma a opere molto diverse a seconda del contesto. Non si tratta tanto di una rappresentazione del paesaggio, quanto di una sensazione corporea che continua ad abitarmi e a trasformarsi a seconda del luogo.
Nel suo percorso ha attraversato diversi linguaggi coreutici: come dialogano tra loro queste pratiche nella costruzione del suo stile?
Convivono in modo organico. La danza classica mi ha dato una struttura e una disciplina molto precisa, mentre quella contemporanea ha aperto spazi di ricerca e libertà. L’improvvisazione, infine, è diventata uno strumento fondamentale per ascoltare il corpo nel presente e sviluppare autenticità nel movimento. Nel mio lavoro cerco un equilibrio tra struttura e apertura: una forma che rimane viva, permeabile, in continua trasformazione.
Ha collaborato con coreografi e compagnie internazionali: quali insegnamenti ha tratto da queste esperienze?
Sono state fondamentali per ampliare il mio sguardo. Ogni processo creativo mi ha messo a confronto con modalità di lavoro molto diverse, spesso anche lontane dalla mia sensibilità. Ho imparato l’importanza dell’ascolto, della flessibilità e della capacità di entrare in un linguaggio, espandendo le possibilità del corpo. Allo stesso tempo mi hanno aiutata a definire con maggiore chiarezza ciò che è essenziale per me come artista.
Dal 2012 fa parte della compagnia Tanzschmiede/Fucinadanza: quale ruolo riveste questa realtà nel suo sviluppo artistico e creativo?
Tanzschmiede/Fucinadanza rappresenta per me uno spazio di continuità e di radicamento. Lavorando con la direttrice Martina Marini ho potuto condividere non solo un percorso artistico, ma anche una visione: quella di una danza che rimane in dialogo con il territorio e con le persone. Nel tempo, questa collaborazione mi ha permesso di crescere sia come interprete che come autrice, offrendo uno spazio in cui sviluppare progetti in modo approfondito e sostenuto.
Le sue creazioni, tra cui Strive e Under the skin, esplorano dimensioni profonde del corpo e dell’identità. Potrebbe descrivere il suo processo creativo?
Parto spesso da una domanda o da una sensazione corporea che richiede tempo per emergere. Lavoro molto attraverso l’improvvisazione, lasciando che il movimento riveli immagini, stati e relazioni prima ancora di definirli concettualmente, utilizzando tecniche contemporanee che si sviluppano da teatro danza, butoh o gaga. Temi come l’identità, la vulnerabilità e la trasformazione emergono nei miei lavori in modo ricorrente, perché sono radicati nell’esperienza del corpo vissuto. In lavori come Strive e Under the skin, mi interessa esplorare ciò che è invisibile ma profondamente presente: tensioni interne, stratificazioni emotive, memorie corporee.
Alcuni suoi progetti affrontano temi sociali e relazionali: quale ruolo può avere la danza nel promuovere dialogo e comprensione interculturale?
Credo che la danza abbia un grande potenziale nel creare spazi di incontro che vanno oltre il linguaggio verbale. In progetti come fremde Freunde o UP CLOSE, attualmente in sviluppo, il corpo diventa un terreno comune in cui le differenze culturali non sono ostacoli ma risorse. La danza permette di sviluppare un ascolto più profondo e una presenza condivisa, elementi fondamentali per il dialogo e la comprensione reciproca. In questo senso, il lavoro artistico può contribuire in modo concreto a processi di inclusione e connessione.
Oltre alla performance, si occupa anche di danzaterapia e wellbeing per artisti: come si collegano queste pratiche al suo approccio alla danza?
Le pratiche somatiche e il lavoro sul benessere per artisti nascono dalla stessa radice della mia ricerca artistica: l’attenzione alla percezione, alla presenza e alla qualità del movimento. Questo ambito mi permette di sostenere altri performer nel prendersi cura del proprio corpo e sviluppare una maggiore consapevolezza. Sono pratiche che si nutrono reciprocamente. Veniamo da un momento, nel mondo e nell’arte, in cui si è spesso cercato il limite del corpo, a volte fino a sfiorare una forma di abuso. La nuova generazione — e anche la nuova arte — può forse spostare l’attenzione verso il benessere, anche nel contesto professionale, quindi verso la salute del danzatore e dell’artista.
Il lavoro sul corpo attraverso il metodo Rolfing e le fasce è centrale nella sua attività: in che modo questo influisce sulla qualità del movimento e sulla prevenzione degli infortuni?
Ha trasformato profondamente il mio modo di intendere il corpo. Mi ha permesso di sviluppare una percezione più precisa delle connessioni interne, dell’efficienza del movimento e della relazione con la gravità. Cerco di integrare questi principi anche nella mia pratica, aiutando i danzatori a trovare un’organizzazione più sostenibile e funzionale del proprio corpo.
Considerando il suo impegno nella pedagogia, quali valori e competenze ritiene essenziali da trasmettere alle nuove generazioni di danzatori?
Cerco di trasmettere non solo competenze tecniche, ma anche strumenti per sviluppare autonomia e consapevolezza. Per me è fondamentale incoraggiare la curiosità, la capacità di ascolto e il rispetto dei tempi individuali, ma anche la capacità di reagire a ciò che esiste intorno — quindi un ascolto dell’ambiente. Cerco di creare uno spazio in cui gli studenti possano esplorare, costruire una relazione personale con il movimento, ma anche sviluppare la capacità di muoversi con gli altri e il rispetto reciproco.
Guardando al futuro, quali sono le direzioni artistiche o progettuali che le piacerebbe esplorare nei prossimi anni?
Nei prossimi anni mi interessa approfondire ulteriormente la relazione tra corpo, voce e dimensioni invisibili dell’esperienza, sia a livello individuale che collettivo. Per questo sto sviluppando un lavoro, UP CLOSE, che ho ricercato con studenti nei Paesi Bassi ad ArtEZ, e che verrà presentato all’Alps Move Festival in Alto Adige in ottobre. Mi interessa sviluppare formati che siano accessibili ma allo stesso tempo profondi, capaci di coinvolgere pubblici diversi. Desidero continuare a intrecciare creazione, pedagogia e lavoro somatico, mantenendo un dialogo aperto tra questi ambiti.
[Ana Andros]










































































