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CULTURE

Nel ricordo del padre
Fresco di stampa l’ultimo libro dell’autore meranese Andrea Rossi

07 Lanimazione diventa

“Il mio tavolo finisce qui” (Alphabeta, 2026) è l’ultima opera di Andrea Rossi, autore meranese nato a Cremona. Ne ripercorriamo insieme la genesi e le tematiche principali.

Lei vive in Alto Adige dagli anni Sessanta, ma la sua origine sono il Po e la pianura. In che modo questa doppia appartenenza l’ha formata nel corso del tempo, definisce chi è oggi e influenza la sua scrittura?
Ho lasciato Po e pianura a soli otto anni e ora ne ho settanta. La sproporzione tra le due appartenenze è evidente. L’Alto Adige mi ha visto e mi ha fatto diventare adulto, con tutto ciò che questo significa. Cremona mi ha coccolato in un’infanzia fortunata. Età diverse, ambedue preziose perché io diventassi ciò che ora sono. Per quanto attiene alla scrittura, avere in sé due paesaggi dell’anima lo considero senza dubbio una ricchezza. Sono entrambi presenti infatti anche in questo romanzo non solo e non tanto come sfondi narrativi, ma come veri e propri personaggi.

Qual è stato il momento in cui ha deciso di voler scrivere, di dedicarsi alla carriera di scrittore?
Quella dello scrittore non è per me una vera e propria carriera, ma piuttosto una passione, un’intenzione. Una modalità, che ho trovato a me congeniale, per parlarmi ed esprimermi. In questo senso mi ha accompagnato per lunghi anni senza che necessariamente dovesse tradursi nella pubblicazione di opere. È soltanto dall’uscita di “Sinigo” nel 2008 (tradotto in tedesco e diventato anche pièce teatrale per lo Stabile di Bolzano) che quella passione è divenuta anche un piacevolissimo impegno che tuttora mi accompagna. Sono seguiti così altri tre romanzi, alcune raccolte di racconti, diversi riconoscimenti in concorsi letterari nazionali e un recentissimo audio-podcast (insieme all’amico Umberto Massarini) dal titolo “Empresa Borsari – storia di una migrazione italiana alla fine del mondo”.

Il suo ultimo libro, “Il mio tavolo finisce qui”, si apre con la corsa notturna di un figlio che cerca di trattenere il padre. Da dove nasce questa immagine?
Il romanzo è assolutamente autobiografico e racconta ciò che realmente accadde in una notte del 1978. Notte in cui fu chiaro ai medici e quindi a noi famigliari che a mio padre non sarebbero rimaste che poche ore soltanto. Decisi di accomiatarmi da lui facendo ciò che allora credo mi riuscisse meglio: correre. Spesi il mio fiato per il suo. Feci battere all’impazzata il mio cuore per il suo. Girovagai senza meta per una notte intera, di corsa e rifiatando, per regalarla a lui. E riempii quelle ore di suoi e nostri ricordi, riportati fedelmente nelle pagine del romanzo.

Il “tavolo che finisce qui” è un confine imposto dal padre. Che tipo di limite rappresenta, e perché è necessario nominarlo?
Il titolo del romanzo è una frase che mio padre pronunciò spesso da un certo punto in poi della nostra vita insieme. A tavola, quando le discussioni con lui si facevano più accese e non individuava altra via di scampo, con il coltello tracciava una riga sulla tovaglia, appena oltre il suo piatto. E pronunciava quella frase. Vissuta allora da me come rifiuto, negazione, confine doloroso, seguito da lunghi silenzi. Ho provato, recuperando la memoria di mio padre attraverso molti ricordi, a immaginare che quell’affermazione fosse invece una sua estrema difesa, una sua trincea nella quale rintanarsi, indifeso. Altrettanto dolorosa. E la figura di mio padre mi si è ricostruita così con altri tratti.

Il padre è affettuoso e insieme inafferrabile. Quale verità, o immagine, voleva restituire di lui?
Ho sentito la necessità di recuperare un’immagine più vera di mio padre. Di riannodare la memoria per ricostruire una figura con la quale il dialogo, dopo il periodo dell’infanzia, è stato sempre difficile: costruito su molti silenzi, fatto di gesti tutti da interpretare, lasciato a sguardi pudici che nascondevano il timore reciproco di raccontarsi. Credo di esserci riuscito mettendomi nei suoi panni e provando a immaginare come avesse potuto vivere ciò che accadde tra noi. E il perché del suo progressivo allontanarsi dalla vita.

Il romanzo attraversa Cremona, il Po, l’Alto Adige. Che ruolo hanno questi luoghi nella costruzione della memoria?
Sono i luoghi in cui sono nato e cresciuto. Mi appartengono entrambi, quello orizzontale della pianura e quello verticale dei monti. In modi tra loro diversi, però. L’Alto Adige ora è la mia terra. Merano è la mia casa. E non provo alcuna melanconica nostalgia per Cremona e il Po. Non posso negare tuttavia che la mia città d’origine e il suo fiume mi siano assolutamente familiari. Né che io senta che lì ci sono le mie origini. La mia memoria ha dunque bisogno di entrambi per essere piena.

Quale movimento interiore desidera provocare nel lettore?
Mi piacerebbe che i lettori trovassero nella mia vicenda, e nell’intenzione che sta dietro la volontà di raccontarla, non un paradigma, né tanto meno una lezione di vita. Quanto piuttosto che vi potessero scorgere delle suggestioni, dei rimandi che avvicinino la mia personalissima esperienza alla loro. E che li muova, proprio per questo, a ricordi e riflessioni sull’altrettanto personalissima loro esperienza.

[Ana Andros]

Il mio tavolo finisce qui
È una notte di primavera del 1978. In una stanza d’ospedale un uomo versa in gravi condizioni. Dopo averlo salutato, forse per l’ultima volta, il figlio lancia una sfida a se stesso: provare ad allungargli la vita, almeno fino al mattino successivo, attraverso ciò che sa fare meglio, ossia correre.
E così, tra le vie deserte della città rischiarate dalla fioca luce dei lampioni, si ricompongono nella sua mente, falcata dopo falcata, frammenti di storia familiare. Riaffiorano paesaggi e stagioni, immagini vivide di un’infanzia trascorsa nella nebbiosa e abbacinante distesa del Po, e di una giovinezza nell’Alto Adige, una terra dal cielo stretto dove risuona una lingua incomprensibile...

 

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