#artigathome - Pubblicato da martin_inside

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Il Südtiroler Künstlerbund trasferisce, dopo la fine del COVID19 lockdown, il progetto virtuale online #artigathome Back to Freedom e il relativo online shop negli spazi espositivi della Galerie Prisma dal 17 luglio al 5 settembre 2020. Sulla base di 131 opere virtuali e 76 opere originali l'arte viene tematizzata nel suo stato originale, dal momento che i visitatori percepiscono in parallelo file di immagini e opere originali. Con l'aiuto di occhiali VR, gli amanti dell'arte fanno una passeggiata che diventa una vera e propria esperienza con tutti i sensi. Vagano nel bosco attraverso 14 spiazzi e scoprono opere d'arte suddivise tematicamente che raccontano il periodo durante il lockdown. Nella grande sala della galleria è esposta una selezione delle opere. Questo esame controverso dell'arte giustappone l'effetto dell'originale, l'aura di un'opera d'arte e lo spazio digitale artificiale costruito. Esamina la questione di quanta digitalizzazione può tollerare un originale, quale aura si perde nello spazio virtuale e viceversa, e quanto sia importante l'autenticità di un'opera d'arte in una realtà artificiale.

Gino Alberti, Leonhard Angerer, Hanna Battisti, Rut Bernardi, Walter Blaas, Julia Bornefeld, Amadeus Bortolotti, David Calas, Jette Christiansen, Arnold Dall'O, Alessandro Del Pero, Jasmine Deporta, Robert Engl, Georg Erlacher, Monika Fiechter Rossi, Christine Gallmetzer, Ruth Gamper, Markus Gasser, Urban Grünfelder, Käthe Hager von Strobele, Silvia Hell, Wil-ma Kammerer, Martin Kargruber, Christian Kaufmann, Philipp Klammsteiner, Lars Klauser, Ingrid Klauser, Hubert Kostner, Georg Ladurner, Giancarlo Lamonaca, Sophie Lazari, Cindy Leitner, Cornelia Lochmann, Wolfgang Meraner, Markus Moling, Doris Moser, Julian Oberhofer, Elisabeth Oberrauch, Ruth Oberschmied, Margaretha Pertoll, Marco Pietracupa, Christian Piffrader, Harald Plattner, Martin Pohl, Petra Polli, Kuno Prey, Anuschka Prossliner, Gregor Prugger, Leonora Prugger, Simon Rauter, Elisabeth Reichegger, Sylvie Riant, Hermann Josef Runggaldier, Franziska Schink, Karin Schmuck, Luis Seiwald, Peter Senoner, Wilhelm Senoner, Sergio Sommavilla, Martina Steckholzer, Ursula Tavella, Barbara Tavella, Hartwig Thaler, Clemens Tschurtschenthaler, Stefan Tschurtschenthaler, Andrea Varesco, Peter Verwunderlich, Claus Vittur, Laura Volgger, Hannes Vonmetz Schiano, Elisabeth Weiss, Sara Welponer, Rüdiger Witcher, Wolfgang Zingerle, Andrea Zingerle, Andreas Zingerle, Elisa Alberti, AliPaloma, Roland Baldi, Magdalena Bolego, Peter Chiusole, Isolde Christandl, Claudia Corrent, Erich Dapunt, Nicoló Degiorgis, Aron Demetz, Margareth Dorigatti, Hannes Egger, Sabine Foraboschi, Julia Frank, Simon Gamper, Christian Gamper, Werner Gasser, Elisa Grezzani, Raimund Gross, Mirijam Heiler, Arnold Holzknecht, Peter Kompripiotr Holzknecht, Elisabeth Hölzl, Ingrid Hora, Thomas Huck, Margareth Kaserer, Markus Keim, Manuela Kerer, Teseo La Marca, Ivo Mahlknecht, Linda Jasmin Mayer, Reinhilde Menz, Philipp Messner, Sissa Micheli, Veronica Moroder, Arianna Moroder, Judith Neunhäuserer, Wolfgang Nöckler, Gianluca Pagliara, Herbert Paulmichl, Stefano Peluso, Simon Perathoner, Ulrica Perathoner, Elmar Perkmann, Anne-Marie Pircher, Josef Rainer, Manuel Resch, Nadia Rungger, Thaddäus Salcher, Karin Schmuck, Matthias Schönweger, Leander Schwazer, Werner Seidl, Benno Simma, Karl Theo Stammer, Thomas Sterna, Reinhold Stoll, Simon Terzer, Ingrid Tosoni, Andreas Trojer, Gottfried Veit, Oskar Verant, Margit von Elzenbaum, Maria Walcher, Karin Welponer, Letizia Werth, Heidrun Widmoser, Alexander Wierer, Gustav Willeit, Maximilian Willeit, Jörg Zemmler, Alexander Zoeggeler

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  • A cura di Leonie Radine Opening: 24.04.2026, 19:00 Museion ha il piacere di presentare la prima mostra personale istituzionale in Italia di Evelyn Taocheng Wang (n. 1981, Chengdu). Attraverso una pratica artistica che spazia fra diversi media – tra cui pittura, scrittura, installazione, performance e moda – l’artista, che vive e lavora a Rotterdam, ha sviluppato un linguaggio visivo unico, intriso di poesia, umorismo sottile e profondità critica. Intrecciando tradizioni provenienti dalla storia dell’arte, frammenti di memoria personale e forme artistiche di autofiction, Wang mette in discussione l’idea di autenticità e indaga i modi in cui la cultura viene rappresentata, performata e incarnata. Il repertorio pittorico di Wang attinge a quella che l’artista spiritosamente descrive come la sua “makeup palette di storia dell’arte”, che mescola riferimenti alla sua formazione iniziale in pittura a inchiostro e calligrafia cinesi con le scuole delle arti e delle letterature occidentali, che l’artista ha incontrato dopo essersi trasferita in Europa. Nei suoi lavori affronta temi quali la migrazione, l’assimilazione culturale, l’espressione di genere e l’appartenenza di classe, e li filtra attraverso la sua esperienza di vita, soffermandosi spesso sulla complessità della percezione di sé in rapporto alle narrative imposte dall’esterno. L’attenzione dell’artista per la natura fluida dell’identità e dell’ibridazione culturale trova particolare risonanza in Alto Adige, dove convergono lingue e tradizioni diverse. Per la mostra, Wang ha ideato una scenografia con numerosi nuovi dipinti su media diversi, ispirati a partire dalle sue opere precedenti e dalle impressioni di Bolzano raccolte durante una serie di visite alla città. Una delle sue fonti di ispirazione è stata Piazza delle Erbe, con le sue coloratissime esposizioni di frutta e verdura biologica fresca, che richiamano dei paesaggi in miniatura. Queste composizioni di diversi colori, consistenze e forme – caratteristica che l’artista ha ritrovato negli affreschi medievali di Castel Roncolo e nella Chiesa dei domenicani – trovano un’eco nella sua personale narrazione artistica. Infondendo nei suoi lavori rimandi alle specificità visive di Bolzano e alla sua percezione della cultura italiana, Wang si inserisce nel panorama con umorismo, sensibilità e sfumature poetiche. La capacità di mutare forma, di reimmaginarsi in paesaggi culturali e visivi differenti o nei panni di diverse figure storiche o fittizie, è sempre stata centrale nella pratica artistica di Wang. Questo è particolarmente chiaro nei cinque nuclei principali di opere su cui l’artista ha lavorato per questa mostra. Oltre all’introduzione di riferimenti site-specific nelle sue note imitazioni delle celebri tele a griglia di Agnes Martin, l’artista integra motivi regionali in pitture su seta e capi di abbigliamento del proprio guardaroba. Anche la fiaba dei fratelli Grimm “Il principe ranocchio” continua a essere una fonte di ispirazione per Wang: questa volta inserisce il personaggio ricorrente della Principessa Ranocchio in un paesaggio urbano che ricorda un dipinto di August Macke. Inoltre, amplia la sua serie di quadri basati sul motivo della finestra. Integrando questi dipinti in un’installazione architettonica che mette in equilibrio prospettive interne ed esterne, Wang trasforma il secondo piano del museo in uno “sweet landscape”. L’espressione apparentemente innocente suscitata da un paesaggio gradevole, come suggerisce il titolo della mostra, fornisce lo sfondo su cui gradualmente l’artista sviluppa una sua riflessione più profonda sull’idea di luogo. I suoi lavori sono ricchi di metafore e giochi linguistici e invitano spettatori e spettatrici a un’attenta esperienza di lettura, nella quale i diversi livelli di significato si svelano lentamente. Il titolo rispecchia anche l’indagine svolta dall’artista sui punti di intersezione e divergenza tra le idee occidentali e orientali di pittura paesaggistica. La tradizione letteraria cinese dello “scrivere il paesaggio”, utilizzando pennello calligrafico e inchiostro, è profondamente collegata ai principi taoisti di equilibrio e armonia. Piuttosto che mirare all’imitazione della natura, questa pratica affonda le radici in un approccio caratterizzato da autoriflessione, guarigione e forme di allontanamento dalle strutture del potere politico. A livello filosofico ed estetico, la mostra di Wang invita a compiere una riflessione sul rapporto tra primo piano e sfondo, tra visibile e invisibile, e a percepire i rimandi tra mondo esterno e stati interiori, tra paesaggi esterni e interni. È con questo spirito che l’artista spiega: “Penso alla mia mostra come a un grembo materno immaginario: uno spazio del divenire che mi permette di reagire alla storia di questo luogo”.

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