Cababoz (BZ) - Pubblicato da martin_inside

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Cababoz, in scena dal 2011, è un collettivo di comicità made in Sudtirolo/Hoch Etsch. Monologhisti, caratteristi e musicisti si mixano sul palco come gli ingredienti di un Vesper-Martini in uno shaker… in fondo Cababoz è proprio questo: un buon cocktail di dissacrante, irriverente, variopinta comicità, “agitato non mescolato”!

Cababoz è uno spettacolo di cabaret in cui è tutto preparato o forse è tutto improvvisato, chi lo sa!? L'unico modo per scoprirlo è unirsi al pubblico di questo grande show tra monologhi, sketch, musica e canzoni stravaganti!

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    di Simon Stephens tratto da “Zio Vanja” di Anton Čechov versione tedesca di Barbara Christ Il senso di costernazione di Vanya è l’espressione di un fallimento su più livelli: la perdita della sorella, il rimpianto di una vita sprecata a gestire la tenuta di famiglia nell’anonimato della provincia e l’amore non corrisposto per Helena, giovane donna dalla bellezza leggendaria sposata con Alexander, cognato di Vanya. Alexander è un uomo ormai segnato da una vecchiaia inesorabile e dalla deriva della sua carriera in città quando rientra nella tenuta di sua figlia Sonja. E proprio qui i desideri a lungo sopiti riemergono: Sonja si invaghisce di Michael, un medico dalla bellezza sbiadita nel tempo e fanatico difensore delle foreste. Michael desidera Helena, la giovane moglie di Alexander. Alexander, ormai in rovina, vuole vendere la tenuta della figlia Sonja. E Vanja? Vanja vuole uccidere Alexander. Nel perimetro claustrofobico della provincia russa, i protagonisti di Čechov si inseguono tra desideri destinati a restare tali e restano prigionieri di una rassegnazione che si fa profezia. Con il suo adattamento radicale e lirico del classico moderno di Čechov, affidato a un solo attore che incarna tutti i personaggi, Simon Stephens collega i processi di dissoluzione sociale della fine del XIX secolo al senso di perdita che definisce l’epoca contemporanea. Il monologo, diretto da Rudolf Frey, pone l’attore in una condizione di isolamento totale, specchio di una società sempre più frammentata che si rifugia in una solitudine parasociale. Il giovane attore altoatesino Fabian Mair Mitterer restituisce al mondo čechoviano un volto contemporaneo e tragicomico, abitato da un diffuso senso di FOMO e da una percezione di assenza di futuro.
  • L'evento si tiene dal 18 Nov 2026 al 22 Nov 2026
    Un anziano professore aspetta nella sua stanza l’arrivo del proprio figlio, che lo accompagnerà nella casa di riposo dove ha scelto di stabilirsi, per lasciare più spazio ai nipoti. Durante l’attesa, densa d’inquietudine e malinconia, dialoga con il ricordo della moglie, morta molti anni prima. È una conversazione ricca di tenerezze, memorie e di struggenti verità: la vecchiaia, la paura della morte, la fredda prospettiva dell’ospizio, dove poi il protagonista si arrenderà allo scorrere del tempo e della vita. Scritto nei primi anni Novanta, tradotto e pubblicato in molte lingue e rappresentato in più di 20 Paesi, Le ultime lune di Furio Bordon è un capolavoro, considerato un vero classico. La sua scrittura potente, raffinata, ironica e vera conduce in un universo palpitante di tensioni, di dinamiche familiari e intime, tutte condivisibili. Interpretato per la prima volta nel 1995 da un memorabile Marcello Mastroianni, è ora Alessandro Haber, sotto la guida di Paolo Valerio, ad affrontare in modo poetico, ma anche dolorosamente sincero, del tema della fragilità della vecchiaia. di Furio Bordon con Alessandro Haber regia Paolo Valerio produzione Il Rossetti Teatro Stabile Del Friuli Venezia Giulia, Goldenart Production
  • Thom Luz Nella penombra di una radura boschiva, tra i resti di un’auto ridotta a un cumulo di lamiere fumanti, una radio agonizzante diffonde le note di Felix Mendelssohn Bartholdy. Su questo scenario fatto di rottami e sogni da salotto, cinque artefici del suono e dell’illusione danno forma alla loro opera: un montaggio minuzioso che, nel corso della performance, ricompone ogni scheggia e ogni risonanza in una scultura sonora dello schianto. In dialogo con questo ammasso di rottami in lenta ricomposizione, un trio elettroacustico di musica da camera dilata il ciclo pianistico di Mendelssohn, Lieder ohne Worte, esplorando nuove dimensioni di riverberi e paesaggi sonori. Così, la fine di un road movie diventa l’incipit dell’ultimo esperimento di teatro musicale del regista e scenografo svizzero Thom Luz. Lieder ohne Worte parla di shock e di afasia, di cambi di prospettiva, di distruzione e futuro, ma anche della necessaria ricostruzione del presente. Come siamo finiti a schiantarci contro un muro? Siamo ancora vivi? E adesso? Laddove le parole non bastano, i suoni si riorganizzano. Dal dialogo tra immagini catastrofiche e sovrapposizioni musicali scaturisce una composizione spaziale sottile, frutto di una riflessione minuziosa. Lo spettacolo contiene pochi dialoghi in tedesco, inglese e francese, con sottotitoli.

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