Quixote – A Rose is not a Rose
Un viaggio visionario tra parola, corpo e immaginazione: una performance che intreccia danza, suono e scrittura per riscrivere i miti e aprire nuove possibilità di senso.
Tra i collettivi più originali della scena italiana, Industria Indipendente presenta un progetto site-specific negli spazi della Fondazione Antonio Dalle Nogare, realizzato insieme a Annamaria Ajmone, con cui collabora dal 2019. Al centro, una figura guida: una Don Chisciotte del futuro che non combatte ma immagina, trasformando la realtà. Il lavoro nasce da una pratica di scrittura condivisa che prende avvio dalla lettura del romanzo di Miguel de Cervantes e dalle sue riscritture, in particolare quelle di autrici che ne hanno ampliato il significato. Da Kathy Acker a Monique Wittig, emerge una costellazione di riferimenti che alimenta una struttura aperta, fatta di episodi, immagini e azioni. La performance si sviluppa come un racconto in divenire, senza inizio né fine, dove linguaggi diversi si intrecciano. A precedere e seguire, la proiezione del video Dammi i brividi ma non per la paura (2025), con la voce di Silvia Calderoni, primo capitolo di una più ampia ricerca sul personaggio di Don Chisciotte. Un’opera che unisce scrittura e visione in un’atmosfera sospesa, tra trasformazione e immaginazione.
Fear of the Dark
Un’esperienza immersiva, dove percezione e immaginazione si confondono: il nuovo lavoro di Cult of Magic conduce lo spettatore in un viaggio visionario e perturbante.
Il buio priva della vista e apre a un’altra forma di percezione: cosa accade quando restano solo le immagini interiori? Da questa domanda prende forma la nuova creazione di Cult of Magic.
Ispirato a La Chiave di Salomone e alle teorie di James Hillman, lo spettacolo abbandona la narrazione lineare per costruire un paesaggio inconscio, guidato dalla logica del sogno. In scena, tre danzatrici attraversano una trasformazione continua, lasciando emergere presenze ibride e immagini più sensoriali che visive.
La danza, insieme alla musica, accompagna una discesa in un altrove fatto di impulsi, paure e desideri profondi. Il pubblico è invitato a immergersi in questo spazio sospeso, dove le immagini non si vedono ma si percepiscono, come accade nel buio.
Ambientato nei meandri di un bunker sotterraneo risalente alla Seconda Guerra Mondiale, un viaggio onirico e intimo, nel quale ciò che è invisibile prende forma e invita a confrontarsi con le proprie profondità interiori.
Je suisse (or not)
Un incontro ravvicinato, intimo e sorprendente: una performance per uno o due spettatori alla volta, dove il confine tra chi guarda e chi agisce si dissolve, lasciando spazio a un’esperienza personale e condivisa.
Tra le cofondatrici del collettivo Treppenwitz, Camilla Parini presenta negli spazi del Museion una performance originale e delicata, pensata per uno o due spettatori alla volta. L’esperienza inizia nel momento in cui si entra nello spazio: ad attendere il pubblico, un grande orso di peluche e un album di famiglia, elemento centrale della relazione, che diventa punto di contatto tra memoria e immaginazione, attivando un dialogo silenzioso e personale. Attraverso immagini e parole, ciascun partecipante è invitato a costruire il proprio percorso, seguendo un tempo interiore e una lettura soggettiva. La performance si sviluppa così come un incontro uno-a-uno, che interroga il significato di famiglia, appartenenza e memoria. Mescolando elementi autobiografici e finzione, Parini crea uno spazio sospeso tra reale e immaginato, in cui i ricordi vengono ricomposti e trasformati. Un’esperienza delicata e profonda, che invita a riflettere su ciò che ci definisce e sulle storie che scegliamo di raccontare.
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