Norma Winstone & Kit Downes (UK): Outpost of Dreams - Pubblicato da martin_inside

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Norma Winstone: voice

Kit Downes: piano

Lo scorso anno ECM ha festeggiato la pubblicazione di un'ennesima perla del suo catalogo. “Outpost of Dreams” è stato recensito dalla stampa di tutto il mondo quale un autentico capolavoro capace di rendere ancora una volta omaggio e onore a questa straordinaria interprete che si chiama Norma Winstone. Norma è davvero un pezzo di storia del jazz moderno. Avvicinatasi al jazz ascoltando alla radio Ella Fitzgerald e Oscar Peterson in pochi anni è diventata un vero emblema del miglio jazz britannico e il suo nome è già da molto tempo nell’olimpo della musica afro-americana. Inutile scrivere della sua bravura e della bellezza della sua introspezione vocale.
Accanto a lei Kit Downes, vale a dire uno dei migliori pianisti inglesi degli ultimi decenni. Il tutto per una serata di vero incanto fatta di delicatezza, grazia, eleganza, intimismo, luce, intensità totale e di ricchissima creatività. L’ottuagenaria Norma Winstone e il giovane Kit Downes dimostrano come non esista gap generazionale in musica, come anzi la ricca esperienza della cantante e la fresca vena creativa del pianista inneschino un meccanismo creativo in cui il dialogo incessante e alla pari tra i due è in grado di generare solo grazia ed evocare, appunto, un luogo in cui sogni trovano voce, tangibile dimensione umana.

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  • Alla fine del 1946 Richard Strauss traspone in musica la poesia “Al tramonto” di Joseph von Eichendorff. Nel 1948 legge le opere liriche di Hermann Hesse e, pochi mesi più tardi, l’ormai ottantaquattrenne ha già completato tre Lieder con le sue poesie. Dopo la sua morte nel settembre 1949, l’editore Ernst Roth riunisce le opere per orchestra sotto il titolo “Quattro ultimi Lieder” – un grandioso necrologo al Lied romantico in cui il compositore cita anche il suo poema sinfonico “Morte e trasfigurazione”, composto 60 anni prima. “Nulla di originale” oppure “il primo vero evento musicale del XX secolo”? La quarta sinfonia di Gustav Mahler, composta originariamente nel 1899 e 1900 come umoresca sinfonica, lascia il pubblico interdetto. L’opera rinuncia al pathos romantico, l’organico orchestrale è ridotto, a prima vista il programma non è riconoscibile. La stravagante marcia funebre (“Totentanz”) nel secondo movimento è seguita nel finale – vero e proprio fulcro dell’opera verso cui tutto converge – dal Lied “Der Himmel hängt voller Geigen”, tratto da “Des Knaben Wunderhorn”. “Balliamo e saltelliamo”, esultano gli angeli in paradiso sul sottofondo di una musica che, affievolendosi a mano a mano, pare opporsi a quel senso dell’umorismo naif e infantile. Così Mahler descrive il mondo “all’incontrario” da lui raffigurato: “È tutto sottosopra, non vi è più alcun rapporto di causalità! È come scorgere all’improvviso la parte nascosta della luna.”
  • Quando il ventiduenne norvegese Johan Svendsen si ritrova senza soldi in pieno inverno a Lubecca, decide di rivolgersi al console svedese-norvegese Carl Fredrik Leche affinché gli conceda un prestito e provveda al suo sostentamento. Il console è talmente entusiasta del suo virtuosismo al violino che gli procura una borsa di studio presso il Conservatorio di Lipsia in cui ha studiato anche il connazionale Edvard Grieg. Le sue opere diventano successi mondiali. La musica di Svendsen invece è – a torto – quasi assente nel repertorio concertistico del XX secolo. La sua seconda sinfonia viene eseguita per la prima volta nel 1876 a Kristiania (Oslo). Svendsen, a cui Grieg riconosce “un modo davvero brillante di trattare l’orchestra”, è a quel punto un direttore d’orchestra e compositore riconosciuto, in grado di ottenere nei suoi lavori effetti sonori straordinari. Con la sua Quarta sinfonia, nel 1885 Brahms si lascia il “gigante” Beethoven alle spalle: compattando in modo pressoché ineguagliabile il materiale musicale di fondo, avvinghiando tra loro i movimenti e combinando elementi arcaici e moderni, si spinge ai limiti di ciò che è possibile nel XIX secolo. Il compositore non si lascia scomporre nemmeno dalle critiche e dalle dimostrazioni di riprovazione dei sostenitori “neotedeschi” di Wagner in occasione della prima: “Quale che sia il pasticcio in cui mi sono infilato, me la caverò. I contestatori nel parterre mi fanno un baffo”.
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