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Informazioni evento
Rendere visibile il collegamento tra Museion e il Cubo: è quanto avviene, idealmente, nel progetto pensato da Liliana Moro con delle installazioni di luce e praticamente, grazie al coinvolgimento di un gruppo di giovani.
Sala Espositiva | Via Pietralba 29, Laives
Una mostra di Anie Maki e Jacopo Noera
A cura di Samira Mosca
Prima mostra del 2026 nel tema biennale “corpo, identità, cultura”, “Don’t shoot, come in!” presenta i lavori di Jacopo Noera e Anie Maki. I due giovani artisti portano l'intimità delle relazioni nello spazio espositivo, trasformando la macchina fotografica da arma a mediatore di presenza, da strumento di cattura a linguaggio di contatto.
In un'epoca di immagini istantanee, Anie Maki e Noera rivendicano lentezza, reciprocità e cura come fondamenti di una pratica che non estrae ma “costruisce-insieme”. L'obiettivo fotografico non è più minaccioso, non è più "shot/shoot" ("scatto fotografico"/"sparo") ma diaframma, apertura e rispecchiamento.
“Don’t shoot, come in!” propone quindi una riflessione sull'intimità come processo relazionale, ricordando che riconoscersi significa prima di tutto riconoscere l'altro, che la fotografia può essere un atto di fiducia condivisa, un luogo dove identità e relazione sono dimensioni inseparabili di un unico gesto di rivelazione e protezione dell’altro e, solo così, anche del sé.
L’esposizione rimarrà aperta fino a sabato 14 marzo, dal martedì al sabato dalle ore 16:00 alle 19:00. Il venerdì e il sabato rimarrà aperta anche di mattina dalle ore 10:00 alle 12:00.
Mostra e inaugurazione a ingresso libero.
In un’epoca dominata dalla smaterializzazione della visione e dalla sovrabbondanza di immagini, Robert Pan ci conduce in una direzione radicalmente opposta: verso la densità, la profondità, la presenza. Con The Invisible Atlas l’artista altoatesino presenta un ciclo di opere che sembrano giungere da una dimensione altra, in cui pittura, scultura e cosmologia si fondono in una superficie che respira e vibra.
Pan lavora la resina come un geologo del colore: la stende in strati, la incide, la leviga, la scolpisce. È un processo alchemico e lento, in cui il tempo diventa materia. Da questo procedimento emergono superfici stratificate, luminose e insondabili, attraversate da punti di luce, velature traslucide, affioramenti opachi. Le opere non rappresentano nulla di riconoscibile, eppure rivelano molto: una materia che sembra attingere al linguaggio della fisica contemporanea, dove l’“oscuro” non è assenza, ma origine; non negazione della luce, ma condizione della sua possibilità. Le superfici di Pan sono membrane cosmiche: sembrano catturare il silenzio del vuoto e insieme l’energia di una nascita. Ogni pannello diventa un frammento autonomo, una porzione di universo dove la percezione si fa esperienza sensoriale totale. L’artista non dipinge, costruisce. Il colore non è qui un velo superficiale, ma corpo vivo, massa, materia in stratificazione. La resina non serve a “fissare” il pigmento: lo ingloba, lo moltiplica, lo trattiene in una profondità che invita lo sguardo a perdersi.
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