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Utente : valentina_inside

Eventi di : valentina_inside

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Art & Culture
Venerdì, 31 Gen 2020 18:00
Venerdì 31 Gen 2020

Reading letterario musicale a sensibilizzazione della tematica ambientale e in armonia con gli obiettivi dei recenti movimenti giovanili legati alla tutela dell’ambiente (Friday for future). Nella formula talk+literature la performance intende offrire un intrattenimento piacevole e adatto a tutte le età con lo scopo di cominciare, attraverso lo stimolo di testi letterari e musicali, a “prendersi cura” del proprio pianeta.

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Theatre
Sabato, 22 Feb 2020 21:00
Sabato 22 Feb 2020

Andrea Sasdelli alias Giuseppe Giacobazzi, ovvero l’uomo e la sua maschera. Un dialogo, interiore ed esilarante, di 25 anni di convivenza a volte forzata. L'uomo Andrea raccontato dal comico Giacobazzi, come in uno specchio, o meglio come in un ritratto (l’omaggio a Dorian Gray è più che voluto), dove questa volta ad invecchiare è l’uomo e non il ritratto. Sono proprio questi i “NOI” che vediamo riflessi nei nostri mille volti convivendo, spesso a fatica, con la bugia del compiacerci e del voler piacere a chi ci sta di fronte. È uno spettacolo che con ironia e semplicità cerca di rispondere ad un domanda: “Dove finisce la maschera e dove inizia l’uomo?”, che poi è il problema di tutti, perché tutti noi conviviamo quotidianamente con una maschera.

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Theatre
Giovedì, 20 Feb 2020 21:00
Giovedì 20 Feb 2020

Sulla soglia tra l’aldiqua e l’aldilà, dove le anime prendono definitivo congedo dai corpi, c’è la nostra Morte. I vivi la temono, la fuggono, la negano, la cercano, la sfidano, la invocano. L’unica certezza è la morte, si dice. Ma quanti ritardi nel suo lavoro, quanti imprevisti, tentativi maldestri, colpi a vuoto e anime rispedite al mittente! E poi che ne sa la Morte, lei che è immortale, di cosa significhi morire? Maschere contemporanee di cartapesta, figure familiari raccontano, senza parole, i loro ultimi istanti, le occasioni mancate, gli addii; raccontano storie semplici con ironia, per parlare della morte, sempre senza esagerare.

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Theatre
Martedì, 04 Feb 2020 20:30
Martedì 04 Feb 2020

La scuola, l’educazione e il loro rapporto con la stretta attualità, tra la filosofia antica e gli echi di cronache violente che hanno avuto come palcoscenico le scuole. Con Socrate il sopravvissuto, la compagnia Anagoor entra in una classe come tante. Partendo da alcune pagine del romanzo di Antonio Scurati, Il sopravvissuto, l’opera assume il punto di vista di chi si dispone di fronte ad un gruppo di giovani, essendo incaricato della loro educazione. Tra le ore che precedono la morte del filosofo così raccontate da Platone, e l’ora in cui lo studente Vitaliano Caccia massacra a colpi di pistola l’intera commissione di maturità, lasciando in vita il solo insegnante di storia e filosofia, si consuma tutta la battaglia che chiama in causa il pensiero occidentale, dalle sue origini ai suoi inevitabili e tragici esiti storici. Quando la cultura classica incontra la multimedialità, quando l’estetica iconica dialoga con le arti performative, la storia dell’arte e dell’architettura: la compagnia Anagoor è una delle principali realtà di ricerca del panorama italiano e nasce nel 2000 a Castelfranco Veneto, su iniziativa di Simone Derai e Paola Dallan, ai quali si aggiungono successivamente Marco Menegoni, Moreno Callegari, Mauro Martinuz, Giulio Favotto, Silvia Bragagnolo e molti altri, facendo dell’esperienza un progetto di collettività. Sin dal suo esordio, il teatro di Anagoor indaga il passato in maniera quasi visionaria e magnetica, per parlare del presente e penetra continuamente nei territori di altre discipline artistiche.

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Theatre
Venerdì, 07 Feb 2020 20:30
Venerdì 07 Feb 2020

Il Cantico dei Cantici è uno dei testi più antichi di tutte le letterature. Pervasa di dolcezza e accudimento, di profumi e immaginazioni, è una delle scritture più importanti, forse una delle più misteriose; un inno alla bellezza, insieme timida e reclamante, un bolero tra ascolto e relazione, astrazioni e concretezza, un balsamo per corpo e spirito. Autore, regista, attore e performer, Roberto Latini, artista dallo stile unico e personalissimo, lo porta in scena ricercando la profondità delle parole da cui è composto, concentrandosi sul valore intrinseco, potentissimo e poetico che testo riverbera in sé, seguendo il suo movimento interno e la sua sospensione. In questo modo «può apparirci come in una dimensione onirica, di quel mondo, forse parallelo, forse precedente, dove i sogni e le parole ci scelgono e accompagnano» afferma Latini che per questo spettacolo ha vinto il Premio Ubu 2017 come Miglior Attore o Performer. «Non ho tradotto alla lettera le parole, sebbene abbia cercato di rimanervi il più fedele possibile. Ho tradotto alla lettera la sensazione, il sentimento, che mi ha da sempre procurato leggere queste pagine. Ho cercato di assecondarne il tempo, tempo del respiro, della voce e le sue temperature». Le musiche e i suoni, parte drammaturgica come sempre integrante degli spettacoli di Latini, collaborano a questo miracolo senza tempo, spaziando in un universo pop senza dimenticare la struggente citazione del Cantico presente in “C’era una volta in America” di Leone, sottolineata dalle note di Morricone. Gianluca Misiti, curatore della colonna sonora, ha vinto il Premio Ubu 2017 come Miglior progetto sonoro.

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Theatre
Giovedì, 06 Feb 2020 18:30
ogni giorno fino a Dom 09 Feb 2020

Dal 6 al 9 febbraio, alle 18.30, inizia il percorso di avvicinamento alla drammaturgia di “Works”, produzione dello Stabile tratta dall’omonimo romanzo di Vitaliano Trevisan e diretto da Michele de Vita Conti che debutterà nel novembre 2020. Lo scrittore vicentino, vincitore del Premio Campiello – Francia e del premio Lo Straniero con il suo romanzo I quindicimila passi, e nel 2017 del Premio Riccione per il Teatro per Il delirio del particolare. Ein Kammerspiel, continua la collaborazione con lo Stabile bolzanino iniziata con la “Bancarotta”, per la regia di Serena Sinigaglia e l’interpretazione, tra gli altri, di Natalino Balasso. Nella sala prove al settimo piano del Teatro Comunale, Trevisan e De Vita Conti, regista attivo in ambito internazionale e un gruoppo di attori, condurranno gli spettatori nelle pieghe del testo teatrale, alla scoperta dell’impalpabile, ma monumentale architettura che sostiene uno spettacolo.

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Theatre
Lunedì, 10 Feb 2020 20:30
Lunedì 10 Feb 2020

«La prima generazione ha lavorato. La seconda ha risparmiato. La terza ha sfondato. Poi noi. Padri che credevano infinita la ricchezza raggiunta ma che si sono bruscamente risvegliati dal Sogno Nordestino. Poi noi. Figli che si chiedono: siamo vittime o privilegiati? Siamo vittime del privilegio» commentano Marta e Diego Dalla Via. È attorno a questo rapporto tra generazioni che nasce lo spettacolo Mio figlio era come un padre per me dei fratelli Dalla Via, fiaba tragicomica ambientata in un Veneto che fa i conti con la fugacità dei miracoli economici. Tutto comincia con due fratelli annoiati che decidono di assassinare i genitori. E qual è il modo migliore per uccidere un genitore? Ammazzargli il figlio e farlo morire di crepacuore. Questo il primo dei tanti paradossi che accompagnano lo spettatore in una riflessione surreale e autentica del presente. Quanto dura un’epoca ai tempi della polenta istantanea? Un anno, un mese, forse meno. Forse solo 24 ore, come in questo racconto, fatto di euforia e depressione, di business class e low cost, di obesi e denutriti. I protagonisti sono simbolo di una popolazione intera che soffre di ansia da prestazione, condannata ad una competizione perpetua che non ha traguardo. Attrice e formidabile caratterista, oltre a collaborare spesso con Natalino Balasso, Marta Dalla Via è spesso autrice degli spettacoli che interpreta. La commedia nera Mio figlio era come un padre per me, che ha scritto e interpretato assieme al fratello Diego, con ironia raggelante e con punte di cinismo, affronta la questione del suicidio come scelta estrema e traccia una sorta di cupa e grottesca parabola sul conflitto generazionale. Con uso arguto dell’italiano regionale i due attori riescono a dar profondità e leggerezza a una vicenda sconcertante, ma allo stesso tempo esemplare, in cui il senso di colpa viene distribuito tra le generazioni. «Noi e poi noi e poi noi. Siamo nati per riscrivere le nostre ultime volontà».

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Theatre
Giovedì, 13 Feb 2020 20:30
Giovedì 13 Feb 2020

Cantiere Paolo Rossi è un viaggio di affabulazione teatrale tra palcoscenico e vita reale, dai segreti del lavoro d'attore, agli incontri umani e artistici che hanno segnato la carriera del comico monfalconese. Paolo Rossi ha avuto al suo fianco maestri a dir poco illustri che l’hanno aiutato e guidato e hanno contribuito a forgiare il suo inconfondibile modo di fare teatro, pirotecnico, funambolico, irriverente e a volte velato da una sana malinconia. Stiamo parlando di Dario Fo, Enzo Jannacci, Giorgio Gaber, Carlo Cecchi, senza dimenticare Giorgio Strehler che lo spinse a confrontarsi con la maschera di Arlecchino, un Arlecchino più infernale e sulfureo. «Nella mia lunga carriera ho avuto la fortuna di avere tanti maestri e Dario Fo è stato il primo. Lo devo ringraziare perché si faceva rubare i trucchi del mestiere. Il suo metodo era proprio questo, sulla scena ti insegnava per poi farti andare avanti da solo. Questo fa un maestro». In uno “spettacolo- lezione aperta”, Rossi illustra il suo percorso creativo che si nutre di grandi classici e di vita; di trucchi e tecniche teatrali appresi in anni di teatro a stretto contatto con il pubblico. «Il mio metodo – sottolinea l'attore – privilegia il processo creativo più del risultato finale. Quando assisti a spettacoli di teatro all'improvviso, il brivido che hai le prime sere, diciamo del concepimento, è diverso, in alcuni momenti anche superiore a quando il risultato è ben confezionato, quando hai già una macchina rodata: perché sei senza rete. Paradossalmente è più imperfetto ma più vivo». Guitto, mattatore, autore e attore, Rossi è anche un professionista che – assieme al pubblico - riflette – sempre in maniera corrosiva e graffiante – sulla sua attività di attore e performer. E il suo lavoro è molte cose insieme: arte, che richiede la dignità; artigianato, cui può applicarsi un metodo; mestiere, con una tradizione e dei maestri; e politica, non solo per quel che si dice in scena ma anche per il modo in cui si lavora, per il tipo di attenzione alla realtà.

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Theatre
Martedì, 18 Feb 2020 20:30
Martedì 18 Feb 2020

Jiri Bubenicek è stato Primo ballerino al Balletto di Amburgo e all’Opera di Dresda prima di dedicarsi alla coreografia. Chiamato da Cristina Bozzolini a ideare per i quattrordici danzatori del Nuovo Balletto di Toscana una versione originale di Cenerentola, Bubenicek ha optato per la versione della fiaba dei fratelli Grimm: risvolto più triste rispetto a Perrault con immancabile trionfo del bene e dell’onestà sulla travolgente musica di Sergej Prokof’ev Rassegna regionale che ospita le migliori compagnie italiane e straniere sui grandi palcoscenici del Teatro Sociale di Trento, del Teatro Comunale di Bolzano e dell’Auditorium Fausto Melotti, così come su gran parte del territorio regionale.

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Theatre
Martedì, 25 Feb 2020 20:30
Martedì 25 Feb 2020

"A che servono gli uomini?" è una commedia musicale di grandi firme, scritta da Iaia Fiastri, storica collaboratrice della premiata ditta Garinei e Giovannini con la quale firma, tra gli altri, "Aggiungi un posto a tavola", "Alleluja brava gente" e "Taxi a due piazze". Nel 1988, anno della prima messa in scena della commedia, la protagonista venne interpretata da Ombretta Colli, e suo marito Giorgio Gaber preparò per lo spettacolo una colonna sonora ricca di ritmi, originalità, brani belli e semplici che arrivano subito all’orecchio e rimangono nella testa degli spettatori. una commedia musicale di Iaia Fiastri musiche di Giorgio Gaber regia di Lina Wertmüller con la partecipazione di Fioretta Mari produzione Gitiesse spettacoli

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Exhibitions
Mercoledì, 29 Gen 2020 15:00-19:00 |
ogni settimana fino a Sab 22 Feb 2020 nei giorni di: Martedi Mercoledi Giovedi Venerdi Sabato

Il progetto fotografico di Roberta Segata è dedicato alla tempesta del 29 ottobre 2018 denominata Vaia, e alle sue conseguenze sulla Magnifica Comunità di Fiemme e su gran parte delle Alpi Orientali. Quel giorno i boschi sono mutati, atterrati da un vento che viaggiava quasi a 200 km orari. Tutto è stato stravolto: il paesaggio e la vita degli abitanti. We are here è un non-racconto di ciò che è successo. È una riflessione sospesa su cosa sia naturale e cosa no, su come l’essere umano dialoghi con la natura prima e dopo l’irreparabile, su cosa significhi imporsi un tempo per capire e sedimentare quando tutto intorno chiede una soluzione veloce e aggressiva. È l’attesa che abbiamo vissuto e che stiamo ancora vivendo. Ad un anno dalla tempesta, molti alberi rimangono a terra nonostante l’impegno continuo delle comunità per salvaguardare l’economia di valle basata sul legno: le dimensioni dell’evento superano le possibilità di rimuoverli in tempo prima che la natura li decomponga. Ma la vita nella penombra del bosco si sta riorganizzando, trasforma l’umana impossibilità di ripulire il disastro in opportunità. E così è anche per le comunità: il bosco caduto è diventato la drammatica opportunità per ripensare al rapporto uomo-natura, all’economia di montagna, al futuro e al passato. Ci sta costringendo a confrontarci coi nostri vicini di casa, ci ricorda che i confini territoriali sono spesso tutt’altro che naturali ma politici, che sono l’eredità di chi ha fatto scelte determinate ben prima di noi, e ci consegna nelle mani la responsabilità per chi verrà dopo il nostro operato, le scelte, le decisioni che prenderemo. Il concept e la progettazione di We are here sono il risultato del lavoro congiunto di Roberta Segata, con Virginia Sommadossi e Elisa Di Liberato, ideatrici di Trentino Brand New, progetto di Centrale Fies art work space dedicato alle “narrazioni minori” e alla coltivazione di nuovi immaginari territoriali. La prima edizione della mostra è stata prodotta dal Museo Arte Contemporanea Cavalese e dal Comune di Cavalese – Assessorato alla Cultura, e curata da Elio Vanzo (Direttore Museo Arte Contemporanea Cavalese). Roberta Segata ha una duplice formazione: si è laureata in Pittura all’Accademia di Belle Arti G.B.Cignaroli di Verona e si è formata come danzatrice nel campo del teatrodanza all’Accademia di Carolyn Carlson ad Arzo in Svizzera e nel suo l’Atelier a Parigi. Il suo lavoro artistico è nato basandosi sulla fusione di questi aspetti usando il corpo come strumento narrativo e la fotografia, insieme al video, come privilegiati mezzi d’espressione. In ogni sua opera la natura è sempre stata una forte protagonista ricercando con essa un dialogo, un modo per ritrovare le proprie radici, paesaggio inconscio che porta a ragionare sull’uomo. Oggi la sua pratica artistica ha trasformato il suo focus concentrandosi sempre di più sul Territorio, il luogo d’appartenenza, sviluppando progetti che coinvolgono le Comunità montane, raccontate attraverso la natura e le persone, la loro relazione, la loro storia, tradizione e i loro mutamenti. Negli ultimi anni ha collaborato con diverse gallerie, festival ed istituzioni italiane ed internazionali. Ha esposto in numerose mostre tra cui alla Galleri Rostrum, Malmö, Svezia; Athens Video/Art Festival, Atene, Grecia; Chapelle des Carmélites, Traverse Vidéo, Toulouse, Francia; FotografiaEuropea, Reggio Emilia; RBcontemporary gallery Milano Italia; Galleria Civica Trento, MART; MANIFESTA7, Italia; Kerry Film Festival, Irlanda; Women in Photography, New York. Ha vinto importanti premi in Italia e all’estero tra cui, il primo premio REW[f] Romaeuropa Webfactory – Jpeggy, la menzione speciale della giuria al Women In Photography International, New York, il primo premio internazionale Art Prize La Colomba, Venezia.

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Art & Culture
Martedì, 28 Gen 2020 19:00
Martedì 28 Gen 2020

Il progetto fotografico di Roberta Segata è dedicato alla tempesta del 29 ottobre 2018 denominata Vaia, e alle sue conseguenze sulla Magnifica Comunità di Fiemme e su gran parte delle Alpi Orientali. Quel giorno i boschi sono mutati, atterrati da un vento che viaggiava quasi a 200 km orari. Tutto è stato stravolto: il paesaggio e la vita degli abitanti. We are here è un non-racconto di ciò che è successo. È una riflessione sospesa su cosa sia naturale e cosa no, su come l’essere umano dialoghi con la natura prima e dopo l’irreparabile, su cosa significhi imporsi un tempo per capire e sedimentare quando tutto intorno chiede una soluzione veloce e aggressiva. È l’attesa che abbiamo vissuto e che stiamo ancora vivendo. Ad un anno dalla tempesta, molti alberi rimangono a terra nonostante l’impegno continuo delle comunità per salvaguardare l’economia di valle basata sul legno: le dimensioni dell’evento superano le possibilità di rimuoverli in tempo prima che la natura li decomponga. Ma la vita nella penombra del bosco si sta riorganizzando, trasforma l’umana impossibilità di ripulire il disastro in opportunità. E così è anche per le comunità: il bosco caduto è diventato la drammatica opportunità per ripensare al rapporto uomo-natura, all’economia di montagna, al futuro e al passato. Ci sta costringendo a confrontarci coi nostri vicini di casa, ci ricorda che i confini territoriali sono spesso tutt’altro che naturali ma politici, che sono l’eredità di chi ha fatto scelte determinate ben prima di noi, e ci consegna nelle mani la responsabilità per chi verrà dopo il nostro operato, le scelte, le decisioni che prenderemo. Il concept e la progettazione di We are here sono il risultato del lavoro congiunto di Roberta Segata, con Virginia Sommadossi e Elisa Di Liberato, ideatrici di Trentino Brand New, progetto di Centrale Fies art work space dedicato alle “narrazioni minori” e alla coltivazione di nuovi immaginari territoriali. La prima edizione della mostra è stata prodotta dal Museo Arte Contemporanea Cavalese e dal Comune di Cavalese – Assessorato alla Cultura, e curata da Elio Vanzo (Direttore Museo Arte Contemporanea Cavalese). Roberta Segata ha una duplice formazione: si è laureata in Pittura all’Accademia di Belle Arti G.B.Cignaroli di Verona e si è formata come danzatrice nel campo del teatrodanza all’Accademia di Carolyn Carlson ad Arzo in Svizzera e nel suo l’Atelier a Parigi. Il suo lavoro artistico è nato basandosi sulla fusione di questi aspetti usando il corpo come strumento narrativo e la fotografia, insieme al video, come privilegiati mezzi d’espressione. In ogni sua opera la natura è sempre stata una forte protagonista ricercando con essa un dialogo, un modo per ritrovare le proprie radici, paesaggio inconscio che porta a ragionare sull’uomo. Oggi la sua pratica artistica ha trasformato il suo focus concentrandosi sempre di più sul Territorio, il luogo d’appartenenza, sviluppando progetti che coinvolgono le Comunità montane, raccontate attraverso la natura e le persone, la loro relazione, la loro storia, tradizione e i loro mutamenti. Negli ultimi anni ha collaborato con diverse gallerie, festival ed istituzioni italiane ed internazionali. Ha esposto in numerose mostre tra cui alla Galleri Rostrum, Malmö, Svezia; Athens Video/Art Festival, Atene, Grecia; Chapelle des Carmélites, Traverse Vidéo, Toulouse, Francia; FotografiaEuropea, Reggio Emilia; RBcontemporary gallery Milano Italia; Galleria Civica Trento, MART; MANIFESTA7, Italia; Kerry Film Festival, Irlanda; Women in Photography, New York. Ha vinto importanti premi in Italia e all’estero tra cui, il primo premio REW[f] Romaeuropa Webfactory – Jpeggy, la menzione speciale della giuria al Women In Photography International, New York, il primo premio internazionale Art Prize La Colomba, Venezia.

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Art & Culture
Sabato, 15 Feb 2020 11:00
Sabato 15 Feb 2020

750 Jahre Mühlbach/Kitzbühel ANSICHTEN | EINSICHTEN | AUSSICHTEN in Bildern von Rudi Uibo und Ernst Insam Begrüßung Christoph Prugger Bürgermeister Mühlbach Sophie Biamino Gemeindereferentin Ellen Sieberer Stadträtin Kitzbühel Philipp Achammer Landesrat Einführung Eva Gratl Kulturpublizistin Special guest Wido Sieberer Direktor Museum Kitzbühel Angelika Trenkwalder Direktorin Neue Mittelschule Kitzbühel Hermann Rogger Begabungsförderung Schulverbund Pustertal Musikalische Umrahmung Anja und Nicole Uibo Töchter des Künstlers Rudi Uibo

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Exhibitions
Domenica, 09 Feb 2020 10:00-11:00 | 17:00 - 19:00
ogni settimana fino a Mar 18 Feb 2020 nei giorni di: Martedi Mercoledi Giovedi Venerdi Sabato Domenica

Frequenta l'istituto d'arte “Cademia” a Ortisei – Val Gardena, di seguito studia all'Accademia d'Arte di Firenze. Negli anni '70 lavora come insegnate d'arte e artista a Bressanone, in questi anni si dedica soprattutto a manifestazioi artistiche di protesta socio-politiche e di critica sociale, film, video e installazioni. Dal 1980 al 1989 è curatore del Circolo Artistico di S.Erardo a Bressanone. Da quando l'artista si è ritirato dalla vita pubblica, ha iniziato a dedicarsi nuovamente alla modellistica, lavorando soprattutto con la terracotta. Negli ultimi anni, Manfred si è dedicato intensamente alla combinazione e alla fusione della scultura preistorica e quella contemporanea. Le creazioni di Mureda sono sempre una parte, un frammento di un racconto, l'artista lascia libero spazio all'interpretazione dell'osservatore, i suoi lavori non giungono mai a una conclusione definitiva, continuando il percorso in uno spazio senza tempo definito. Manfred e la sua terracotta sono un tutt'uno, una simbiosi, intensa e delicata nello stesso spazio.

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Art & Culture
Sabato, 08 Feb 2020 18:00
Sabato 08 Feb 2020

Frequenta l'istituto d'arte “Cademia” a Ortisei – Val Gardena, di seguito studia all'Accademia d'Arte di Firenze. Negli anni '70 lavora come insegnate d'arte e artista a Bressanone, in questi anni si dedica soprattutto a manifestazioi artistiche di protesta socio-politiche e di critica sociale, film, video e installazioni. Dal 1980 al 1989 è curatore del Circolo Artistico di S.Erardo a Bressanone. Da quando l'artista si è ritirato dalla vita pubblica, ha iniziato a dedicarsi nuovamente alla modellistica, lavorando soprattutto con la terracotta. Negli ultimi anni, Manfred si è dedicato intensamente alla combinazione e alla fusione della scultura preistorica e quella contemporanea. Le creazioni di Mureda sono sempre una parte, un frammento di un racconto, l'artista lascia libero spazio all'interpretazione dell'osservatore, i suoi lavori non giungono mai a una conclusione definitiva, continuando il percorso in uno spazio senza tempo definito. Manfred e la sua terracotta sono un tutt'uno, una simbiosi, intensa e delicata nello stesso spazio.

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